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sabato 11 aprile 2009

Energia: come si trovano le offerte più vantaggiose.


http://www.autorita.energia.it/trovaofferte.htm .

Trasparenza, finalmente
Arrivato dopo mesi di attesa, questo strumento rende finalmente possibile confrontare le tariffe sempre più numerose e complesse degli operatori, davanti alle quali i consumatori si trovano inevitabilmente disorientati. Uno degli effetti è che a quasi due anni dalla liberalizzazione solo il 5% delle famiglie è effettivamente passato al mercato libero, mentre il 95% è rimasto nel "Servizio di maggior tutela", con tariffe imposte dalla Aeeg, in media leggermente più care ma più comprensibili.

Come funziona
Il funzionamento del "Trova offerte" è piuttosto semplice: bisogna indicare il Cap del Comune di interesse, la potenza dell'impianto e la quota di consumi annuali. Le informazioni si possono desumere dalla propria bolletta, ma un simulatore aiuta a stimare il proprio consumo, sulla base dei componenti della famiglia e dell'utilizzo di determinati elettrodomestici.

Un'ultima schermata chiede di indicare i metodi preferiti di pagamento e se includere alcune categorie di offerte (come quelle a prezzo bloccato). L'operazione richiede circa un minuto e porta ad avere un quadro delle offerte degli operatori nella propria zona. E le sorprese non mancano visto che, in una simulazione effettuata, la differenza è risultata essere di oltre 90 euro all'anno tra l'offerta più economica e quella più cara. Sopra ogni tabella, inoltre, viene segnalato il prezzo corrispondente al tipo di consumi nel servizio di maggior tutela.
Al servizio hanno aderito su base volontaria dodici tra i maggiori operatori, i quali sono obbligati ad aggiornare tempestivamente l'Autorità in caso di ritocchi alle tariffe. continua su ilsole24ore.com

venerdì 10 aprile 2009

Contro i terremoti si può fare qualcosa


Il terremoto che ha colpito l’Abruzzo in questi giorni, con il suo carico di vittime e di danni agli edifici storici e non, riporta alla ribalta gli aspetti della sicurezza delle costruzioni. Molto si è scritto e si è detto sugli organi di informazione per ciò che riguarda lo stato di non adeguatezza dei fabbricati alle sollecitazioni sismiche. Non sempre con la chiarezza necessaria.

Facciamo un po’ d’ordine. Innanzitutto occorre comprendere cosa succede ad un edificio quando c’è un terremoto. L’onda sismica dall’epicentro si irraggia intorno viaggiando nel terreno più o meno come l’increspatura che si forma gettando un sasso nell’acqua. Si genera un treno d’onde di ampiezza, altezza e numero, dipendenti dalla forza del sisma e dalla sua durata.

Gli edifici investiti dall’onda si comportano un po’ come barche a vela che ondeggiano, con la parte più vicina al pelo dell’acqua che oscilla di meno e la parte più alta che si inclina con maggiore forza ed ampiezza. La barca dondola, ma alla fine torna intatta al suo posto. L’edificio si lesiona e spesso crolla.

Questo avviene perché la barca a vela assorbe con il suo movimento il moto delle onde ed è progettata per resistere sia a spinte verticali che orizzontali – ad esempio il vento. La stragrande maggioranza degli edifici invece sono rigidamente connessi al terreno e costruiti per resistere alle sole forze verticali. Non sopportano perciò le sollecitazioni orizzontali che sono proprie dell’evento sismico.

Ciò è valido, con le dovute eccezioni, sia per gli edifici più antichi, sia per quelli più recenti con struttura in cemento armato.

Quel che differenzia la reazione dei fabbricati alle sollecitazioni indotte dal terremoto è la qualità costruttiva. In pratica l’edificio deve essere elastico in modo omogeneo, rispondere alla scossa sismica muovendosi tutto insieme. Deformandosi per poi ritornare al suo posto, magari con qualche lesione non strutturale.

Anche un edificio antico in muratura, se costruito con materiali e componenti che abbiano un’elasticità compatibile l’uno con l’altro, assemblati con perizia, può resistere meglio di un edificio moderno, realizzato in cemento armato, ma con poca attenzione alla qualità dei materiali ed all’esecuzione dei nodi tra travi, pilastri e fondazioni.

Le strutture in cemento armato usualmente realizzate, funzionano come un telaio che ha una superficie d’appoggio puntiforme, molto ridotta rispetto alla massa dell’edificio. Se uno o più pilastri cedono alla base, la costruzione collassa e tutto il carico sovrastante crolla come un castello di carte. E’ quel che è successo a l’Aquila in fabbricati di recente costruzione (anni 70), dove c’è stato il maggior numero di vittime.

Altro aspetto cruciale è quello della case dei centri storici minori. Qui gli edifici, costruiti in estrema economia erano realizzati con murature portanti miste di pietrame incoerente, con solai in legno appena appoggiati all’interno della muratura. E’ anche possibile che abbiano subito interventi di ammodernamento con materiali totalmente diversi da quelli originari, più rigidi e pesanti. I movimenti dell’edificio sottoposto al sisma sono stati assorbiti dai diversi elementi strutturali in modo differenziato, così i muri si sono spaccati ed i solai sono piombati uno sull’altro. I crolli, parziali o totali, sono stati generalizzati, con conseguenze drammatiche.

Situazioni simili sono fortemente diffuse su tutto il territorio nazionale.

Già il rapporto CENSIS 1999 aveva stimato che, su un totale di 21,7 milioni di abitazioni, ben il 15 –20% fossero a rischio per vetustà o per inadeguatezza tecnica. In questa seconda categoria rilevante è la quota degli edifici realizzati abusivamente ed in seguito sanati dall’indulgenza plenaria di diversi condoni edilizi.

Si tratta di cifre elevatissime che nell’ultimo decennio sono ulteriormente cresciute con l’aumento dell’età degli edifici. Oggi si parla di circa 8 milioni di fabbricati a rischio. Tra questi molti edifici pubblici.

Le normative tecniche, che dal 1974 obbligano i tecnici ad progettare le nuove costruzioni al rischio sismico sono state attuate con un ritardo di circa sei anni dovuto alla mancata emanazione dei regolamenti di attuazione. Gli aggiornamenti più recenti, seguiti al sisma che nel 1999 colpì il Molise dove il crollo della scuola di San Giuliano costò la vita a 29 bambini ed alla loro maestra, sono ancora in attesa di piena applicazione dovuta a proroghe e all’attesa per il recepimento di alcune normative a livello europeo.

Anche l’applicazione della normativa antisismica alle ristrutturazioni degli edifici nei centri storici presenta aspetti che meritano particolare attenzione. Chiunque si appresti a realizzare un intervento di ristrutturazione edilizia in un centro storico in zona sismica è infatti obbligato ad intervenire adottando misure tecniche di legge. L’obbligo però non si applica sull’intero edificio, ma solo sulla parte di esso su cui si intende intervenire. Ad esempio per rifare il tetto di un edificio in muratura di pietrame, occorre rinforzarne l’appoggio con un intervento di legatura delle pareti perimetrali. Di solito si usa realizzare cordolo in cemento armato. Se si apre un’apertura su un muro portante occorre prevedere una struttura di collegamento che garantisca la continuità tra le murature attorno al foro. Tutti interventi assolutamente necessari per garantire la sicurezza statica dell’immobile. Se però questi non vengono progettati da tecnici esperti e realizzati da imprese specializzate, il rischio di danneggiamento resta e può essere addirittura maggiore. Se l’elemento di consolidamento viene realizzato con una elasticità diversa rispetto al resto dell’edificio, quando arriva la scossa vibra in modo disomogeneo rispetto al resto della struttura originale provocando cedimenti nelle parti più vicine. Di questo si parlò in occasione del crollo della Basilica Superiore di Assisi in occasione del sisma del 1997, in quanto il tetto era stato consolidato con pesanti travi in cemento armato, anziché con una struttura lignea simile all’originale.

Il quadro generale della materia è perciò molto complesso, richiede competenze tecniche adeguate ed un’applicazione caso per caso che tenga conto delle condizioni al contorno di ciascun intervento.

Però qualcosa si può fare e subito:

1) decretare l’applicazione delle norme antisismiche alle nuove costruzioni, superando i continui rinvii di questi ultimi anni (l’ultimo termine per l’entrata in vigore delle norme è stato portato al 30 giugno 2010). Eventuali recepimenti delle normative europee o modifiche alle norme vigenti possono sempre essere applicate successivamente all’entrata in vigore del testo.

2) Avviare un programma di verifica dello stato degli edifici pubblici che porti nel medio termine al rinnovo del patrimonio edilizio a rischio;

3) Incentivare concretamente l’adeguamento antisismico delle abitazioni, con sistemi di detrazione fiscale per i privati, simili a quelli positivamente attuati per il risparmio energetico;

4) Diffondere una maggiore cultura a livello sociale di cosa è, cosa comporta e che conseguenza ha il terremoto: purtroppo è un fenomeno che è legato al nostro territorio e con il quale siamo costretti a convivere. Conoscerne le dinamiche sugli edifici può sensibilizzare i cittadini a prendere decisioni coerenti riguardo alle ristrutturazioni degli immobili, affidandosi a tecnici esperti ed evitando il “fai da te”;

5) Avviare programmi di riqualificazione dei centri storici in funzione dell’emergenza sismica senza compromettere l’alta qualità del paesaggio urbano. Questa qualità diffusa è forse la più importante risorsa culturale ed economica del nostro paese e ci è invidiata e ammirata in tutto il mondo. Tuttavia se vogliamo che i centri storici non si svuotino e mantengano una vitalità sociale e produttiva, dobbiamo concepire i tessuti storici come organismi in evoluzione. Possono essere realizzati interventi strategici di messa in sicurezza di interi edifici e di isolati applicando tecniche di consolidamento con materiali innovativi e meno invasivi rispetto al passato. Nei paesi europei più avanzati il rinnovamento dei centri urbani è un fatto quotidiano. Si realizzano così edifici sempre più funzionali dal punto di vista statico, energetico, sanitario, di durabilità nel tempo e di qualità dei materiali. Sono spesso edifici belli dal punto di vista estetico e dell’inserimento nel tessuto preesistente.

Per realizzare questo processo occorre la partecipazione di soggetti privati e pubblici a tutti i livelli istituzionali. Non ultimi Enti Locali e Soprintendenze dai quali aspettarsi un ruolo attivo nel consentire interventi di rinnovamento.

Carlo Vigevano è un architetto, specializzato in progetti di sostenibilità applicata agli edifici ed alla progettazione urbana. Opera nel campo della progettazione ambientale.
fonte:loccidentale.it

giovedì 9 aprile 2009

Oice, interventi gratuiti ingegneria e architettura post terremoto


Numerose societa' di ingegneria e architettura si sono offerte per intervenire gratuitamente, sotto la direzione delle autorita', nelle attivita' tecniche di valutazione della staticita' degli edifici danneggiati dal terremoto, e per interventi di emergenza volti a contenere o evitare nuovi crolli. Lo comunica il presidente dell'Oice, l'associazione di Confindustria che rappresenta le societa' di ingegneria e architettura, Braccio Oddi Baglioni.

A proposito della normativa antisismica, il presidente dell'Oice afferma che "la normativa italiana e' tra le migliori del mondo, e semmai bisognerebbe lamentarsi dell'inefficienza dei controlli sulla sua applicazioni". Nel piano casa, aggiunge Oddi Baglioni, "sarebbero necessari meccanismi premiali, con incentivi e agevolazioni anche fiscali, affinche' non solo si rispettino le norme, ma si individuino accorgimenti migliorativi e piu' stringenti rispetto agli obblighi di legge che, va ricordato, rappresentano standard minimi". fonte: borsaitaliana.it

mercoledì 8 aprile 2009

Eventi sismici e Costruzioni edilizie


Le vittime e i danni provocati da un terremoto potrebbero essere drasticamente ridotti, e si potrebbe restare tranquilli nelle proprie case durante il passaggio anche di un violento terremoto, se si applicassero capillarmente sui nuovi e sui vecchi edifici le regole dell'ingegneria antisismica che dispone di una tecnologia ormai estremamente collaudata, perfezionata e affidabile.
È ovvio che questa affermazione vale per i Paesi economicamente sviluppati e cioè per quei Paesi che si possono permettere l'aumento dei costi, d'altra parte non eccezionale se paragonato ai vantaggi, che l'applicazione di questa tecnologia comporta. Infatti più il Paese è povero, e quindi meno regole antisismiche ha potuto imporre, più elevato è numero delle vittime. Si può dire, alla luce del confronto fra terremoti avvenuti in diverse parti del mondo, che in presenza di sismi di pari energia la quantità di vittime e di danni dipende dalle condizioni economiche dei vari Paesi colpiti.

Tre terremoti, tutti di magnitudo 6, sostengono in particolare questa osservazione; quello del 1994 che colpì Los Angeles provocò pochissime vittime, quello dell'Irpinia, qui in Italia, che, nel 1980, costò 2630 morti e quello del 1998 che in Armenia arrivò a 30 mila vittime.

A Los Angeles gli edifici, anche altissimi, ma costruiti secondo le rigide norme antisismiche imposte dalle autorità, resistettero quasi tutti. In Armenia le case, costruite spesso con mattoni crudi o con ciottoli di fiume tenuti insieme da malte e da fango secco, crollarono quasi tutte.

È una lezione che insegna quanto si possa fare per prevenire i danni e le vittime di questo fenomeno naturale con il quale si potrebbe forse arrivare a convivere più che con qualunque altro violento fenomeno della natura.

La tecnica antisismica impone negli edifici più antichi cordoli di collegamento in cemento armato, tiranti da parete a parete, reti metalliche, collegate fra loro, applicate alle pareti esterne e interne ecc. e negli edifici nuovi cemento armato ben legato, fondazioni profonde, assenza di balconi e cornicioni che potrebbero cadere sui passanti ecc.

Ma allora come mai si vedono in televisione, dopo ogni terremoto, edifici in cemento armato letteralmente appiattiti su sé stessi e squadre di soccorritori che con i martelli pneumatici tentano di salvare i sepolti scavando fra enormi travi di calcestruzzo spezzate? Un fallimento nell'applicazione delle regole di ingegneria antisismica così vivamente consigliate o imposte? Certamente no.
A un qualsiasi ingegnere che esamini da vicino quelle rovine in cemento armato appaiono subito chiare le truffe dei costruttori nella fornitura del materiale edilizio utilizzato e nella esecuzione dei lavori. È inutile progettare correttamente un edificio antisismico quando poi , a terremoto avvenuto, i resti di quell'edificio mostrano discontinuità fra i pilastri verticali e i cordoli di collegamento orizzontali, calcestruzzo scadente, giunti vuoti o mal legati, ancoraggi inesistenti.

In questi casi le vittime non sono più dovute al terremoto, ma alla negligenza criminale dei costruttori e degli eventuali controllori.

Ma è evidente che è impossibile, e anche inutile, applicare le stesse norme antisismiche a tutti gli edifici dello stesso paese, proprio perché, anche se è situato nelle zone sismiche che coincidono con le aree di scontro delle grandi zolle della crosta terreste (vedi Capitolo 2 - "La tettonica delle placche"), vi esistono aree più o meno storicamente sismiche per le quali vanno previsti interventi differenziati.

Ecco perché, per esempio in Italia, è consultabile la Carta della Pericolosità Sismica , redatta dal Gruppo Nazionale per la Difesa dei Terremoti del CNR (GNDT) sulla quale sono segnate le aree a rischio decrescente riunite in zone di prima, seconda e terza categoria.
Inoltre è in corso una accurata ricerca per suddividere le zone in zone ancora più piccole eseguendo una vera e propria microzonazione (fig. 5) con l'intento di stabilire le misure di sicurezza più adatte da applicare agli edifici da costruire, o a quelli di vecchia data, secondo, per esempio, i diversi tipi di terreno interessati.

Le onde sismiche si propagano, infatti, diversamente a seconda dei terreni attraversati. L'obiettivo della microzonazione è la mappa particolareggiata dei territorio, addirittura la suddivisione in aree comprendenti poche case. Inoltre il grande sviluppo delle simulazioni al computer può addirittura suggerire quale sia l'altezza adatta di un singolo edificio in una singola microzona.

L'Ufficio Geologico dell'Amministrazione della Regione Emilia-Romagna, per esempio, sta procedendo alla microzonazione anche dei paesi di pianura, che, costruiti su terreni sedimentari poggianti a loro volta su rilievi e ondulazioni rocciose più o meno profonde, possono essere colpiti da terremoti quanto quelli delle zone collinari o montane. Questo ente utilizza la Banca Dati Geognostici della Regione, i profili sismici a riflessione usati per la ricerca petrolifera dall'AGIP e i pozzi praticati appositamente o per la stima delle risorse idriche.
È una microzonazione fondamentale per frenare lo spreco di denaro inevitabile nell'applicazione di regole sismiche generalizzate che si inserisce perfettamente nella più estesa azione di contenimento degli elevatissimi danni economici causati al nostro Paese dai terremoti da attuare con una più attenta prevenzione.

Un confronto ci sembra, a questo punto, quanto mai opportuno. Nel 1985, in una valutazione del Gruppo Nazionale Difesa Terremoti, il finanziamento a carico dello Stato (relativo alla prevenzione dei danni da terremoto nella sola prima zona a rischio) che sarebbe stato totale per la messa in sicurezza di scuole, ospedali e altri edifici pubblici, al 50% per gli alberghi e le strutture pubbliche, al 30% per le abitazioni private, venne previsto in 1800 miliardi all'anno per un quinquennio.

D'altra parte è stato calcolato che per riparare i danni del terremoto di Tuscania (1971), Ancona (1972/74), Irpinia (1980), Umbria e Marche (1998) lo Stato ha speso, e sta ancora spendendo, dai 4 ai 5 mila miliardi all'anno, più dei doppio del denaro necessario alla prevenzione di quegli stessi danni.
per maggiori approfondimenti e immagini dettagliate: regioneemiliaromagna.it

Energia fotovoltaica, illusione?


Molti pensano (o si illudono?) che l’energia solare possa essere una risposta ai fabbisogni energetici del mondo, o almeno dell’Italia: Purtroppo, dati alla mano, le cose sono un po’ diverse

La vostra casa probabilmente ha un contratto da 3KW e consumererà 3MWh l’anno. Un paese come l’Italia ha bisogno - a spanne - di 100GW di potenza elettrica installata, e consuma 360,000GWh di energia l’anno. La maggior parte di questa energia, circa il 70%, viene dal gas,

dal petrolio o dal carbone (soprattutto dal primo), mentre il 10% viene dall’idroelettrico, e circa altrettanto viene importato dall’estero (e almeno in parte quindi è nucleare). Se si elimina l’idroelettrico, le fonti cosiddette alternative o rinnovabili coprono circa il 2% del totale, soprattutto geotermico ed eolico, e la percentuale legata al fotovoltaico è uno zero virgola qualcosa. Il solare è uno zero virgola anche in paesi come la Germania, dove la legislazione è favorevole, e la colpa non è delle condizioni climatiche.
ALSI MITI SULL’ENERGIA SOLARE - Il problema dell’energia solare come fonte consistente di energia elettrica è che non ha un passato, non ha un presente, e - salvo miracoli - non ha un futuro. Il Sole irradia sulla terra un massimo di 1.3KW di potenza per ogni metro quadro di superficie. Siccome questa energia arriva all’equatore più che al polo Nord, più d’Inverno che d’Estate, solo di giorno e solo se non ci sono nuvole, la potenza effettivamente utilizzabile è molto di meno. La media alle nostre latitudini è di 200W al metro quadro, e la media invernale sicuramente è ben inferiore, probabilmente la metà. Ci sono due modi per produrre energia elettrica a partire dalla luce solare: usare il calore del Sole per scaldare l’acqua (solare termico), o usarlo per creare correnti elettriche tramite particolari dispositivi elettronici (solare fotovoltaico).
IL FOTOVOLTAICO - Per produrre l’energia elettrica che serve all’Italia occorrono un miliardo di metri quadri di pannelli solari, se supponiamo un’efficienza energetica del 100% (che ovviamente è impossibile), cioè 1,000kmq. Ovviamente nessuno dice di produrre il 100% dell’energia col fotovoltaico (anche perché di notte non avremmo energia, e servirebbero centrali di accumulazione idroelettrica, come quella di Presenzano, dove si pompa l’acqua in collina di giorno per produrre energia di notte facendola cadere a valle). Ma l’idea di produrre tutta l’energia col solare è un buon modo per rendersi conto dell’assurdità del solare: sicuramente produrre l’1% del fabbisogno è molto meglio, esattamente come 100mg di cianuro sono meglio di 10g. Tappezzare una superficie pari a quella della città di Roma di pannelli ha ovviamente un costo mostruoso. Facciamo dei conti a spanne: secondo Wikipedia 1Wp (Watt di picco) di energia solare costa 5€, (e 1Wp è misurato in condizioni molto ideali) quindi produrre tutta l’energia elettrica italiana implicherebbe 500-1,000 miliardi di euro di investimenti (in realtà molto di più, considerando tutta la filiera produttiva, l’installazione, i terreni…). Per l’Enea i costi sarebbero anche più alti. Investimenti una tantum, certo, ma sicuramente molto più dei 70 miliardi l’anno di bolletta energetica…
IL RENDIMENTO ENERGETICO - Nel caso dei pannelli fotovoltaici, infatti, il rendimento non è certamente il 100%, ma il 10%: occorrererebbe tappezzare 5-10 città come Roma di pannelli (dai dati Wikipedia parrebbe che bastano 700kmq di terreno per produrre tutta l’energia: questo è vero solo in assenza di nuvole, in piena giornata, col Sole a picco, e non in pieno Inverno, infatti estrapolando i dati di questo sito si arriva a 5,000kmq). Da dove viene questo 10%? Il pannello fotovoltaico è un dispositivo elettronico che converte l’energia luminosa in energia elettrica. Il Sole emette energia sotto forma di fotoni che hanno una certa energia (la quantità di fotoni per ogni livello di energia si chiama “spettro Solare“, ed è composto di luce visibile, infrarossi, ultravioletti - quelli che fanno male all’abbronzatura). Il pannello fotovoltaico è composto di un materiale semiconduttore, che ha due livelli energetici: quando arriva un fotone con sufficiente energia, una carica elettrica salta ad un livello energetico superiore e (se tutto va bene) diventa energia elettrica. Il problema è che tutta l’energia solare sotto il livello di soglia (la differenza tra i due livelli energetici, il “bandgap”) non ha alcun effetto, e tutta l’energia solare oltre il livello della soglia ha un effetto pari alla soglia stessa, e tutta l’energia in eccesso è sprecata. L’efficienza teorica della cella fotovoltaica in silicio è il 15%.

I MATERIALI E LE TECNOLOGIE - A questo punto prendete tre cose: un diamante, un cristallo Swarovski e un pezzo di vetro. Quale dei tre costa di più? Il diamante è un cristallo puro (di ossido di silicio), l’analogo di una cella fotovoltaica monocristallina (di silicio), che ha un’efficienza del 15%. Il cristallo è fatto di tanti piccoli diamanti messi assieme in maniera disordinata, l’analogo della cella fotovoltaica policristallina, che ha un’efficienza un po’ minore (e un costo molto minore). Il vetro è un diamante fuso senza alcuna struttura cristallina, e l’analogo fotovoltaico, il silicio amorfo, costa poco, ma la sua efficienza è circa il 5%. Ci sono materiali alternativi? A livello di ricerca se ne parla, in pratica tutti i pannelli che mi capita di vedere in giro sono policristallini: a meno di una rivoluzione tecnologica (per esempio, plastiche fotosensibili), il fotovoltaico è una curiosità tecnologica senza molta rilevanza sul piano energetico.
continua su giornalettismo.com

certificazione energetica Opinioni


C'è una logica, del tutto condivisibile, nella nuova normativa sulla certificazione energetica, compiutamente illustrata nell'importante convegno organizzato dal Collegio Notarile di Parma al Centro Cavagnari. Ma c'è una scommessa, dalla quale dipende il raggiungimento degli obiettivi.
La logica è nel rendere le case non più fonte di inquinamento e di spesa, ma strumento di risparmio energetico. Le nuove case nulla hanno a che vedere con quelle costruite negli anni '70, e prima ancora. Allora si realizzava l'edificio, poi si decideva come riscaldarlo e quanta energia occorreva. Ora il percorso è inverso, la progettazione deve tener conto del risparmio da realizzare; la struttura, i materiali, gli impianti vengono decisi in funzione del risultato, che non è una scelta del costruttore, ma un obbligo di legge. Su questo l'obiettivo è già raggiunto: la casa del duemila è di un'altra generazione rispetto alla sua antenata di trent'anni prima.
Ma la scommessa riguarda la percezione, per gli acquirenti di case, della maggior qualità dell'edificio che risparmia e non inquina. Per questo, da luglio di quest'anno, ogni rogito dovrà essere accompagnato dalla pagella energetica dell'immobile. Si chiama ACE (Attestato di Certificazione Energetica), prende spunto dal documento che accompagna frigoriferi e lavatrici, suddivide gli immobili in otto classi, dalla A+ (il massimo del risparmio) alla G (il massimo dello spreco).
Le perplessità riguardano l'eccesso di burocrazia, nella quale il legislatore europeo (da cui è partita la direttiva) da un lato e la nostra Regione (che ha competenza legislativa in materia) dall'altro, sono maestri. Come la gran parte di leggi regionali, ridondanti, cariche di proclami ideologici e imprecise nella parte tecnica, la legge dell'Emilia Romagna crea perplessità fra gli operatori (non è chiaro se l'ACE debba essere allegato ai rogiti e se comunque l'acquirente possa esonerare il venditore dall'onere), si pone in evidente contrasto con la Costituzione, come dimostrato dal Notaio Bevilacqua nel Convegno con l'illustrazione dell'univoca produzione della Corte Costituzionale sull'argomento, quando la Regione dispone regole che ineriscono il diritto privato, materia in cui non ha competenza. E impone un onere economico eccessivo sia con la duplicazione

fra AQE (Attestato di Qualificazione Energetica che deve produrre il costruttore ad opera di un tecnico abilitato con asseverazione del Direttore dei lavori) e ACE, due documenti che attestano le stesse cose e che potrebbero essere unificati, sia con l'obbligo di produzione di un inutile ACE anche per fabbricati vetusti e destinati alla ristrutturazione. Perché l'ACE è un documento complesso, che richiede tempi e costi, e l'edilizia, in questa fase, chiede cose diverse.
Si diceva della scommessa che accompagna il cammino di questa legge. Per vincerla è necessario che la casa ecocompatibile sia percepita come un valore. continua su gazzettadiparma.it

una rinascita urbanistica? Il terremoto.


Dopo le dichiarazioni del premier intenzionato alla realizzazione di una “città di fondazione” da affiancare a L’Aquila, per garantire una casa agli sfollati e un’architettura moderna in grado di resistere ai terremoti, s’è subito levato un coro di proteste. In parte, è innegabile, si tratta di accuse ideologiche che cavalcano l’onda della sciagura. Ma c’è anche chi, pacatamente e senza anteporre preferenze politiche, cerca di spiegare come una soluzione simile, sebbene all’apparenza sia allettante, non risolverebbe in realtà alcun problema. A dirlo è Stefano Boeri, architetto di fama internazionale, autore, tra l’altro, di uno dei maggiori progetti previsti per l’Expo 2015 di Milano, i famosi Boschi Verticali

Architetto, nel dibattito suscitato dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio sulla cosiddetta “new town” da costruire presso L’Aquila per offrire ricovero agli sfollati, si sono levate numerose voci contrarie alla proposta e quasi tutte appartenenti al mondo dell’architettura. Qual è la sua opinione in merito?

Personalmente anch’io non sono favorevole di primo acchito alla costruzione di una New Town. Sebbene la tentazione del “nuovo” sia attraente occorre considerare che il nostro è un paese che negli anni ha consumato più suolo di quanto non abbiano fatto Francia e Germania insieme. Questo, se ci pensiamo è già di per sé un dato impressionante. L’Italia è dunque una nazione dove s’è costruito tantissimo, spesso “mangiando” anche piccole zone naturali, che sarebbe stato meglio preservare, per l’espansione delle città. Oltre a questo primato segue anche il fatto che il nostro patrimonio di edifici e di appartamenti non utilizzati, sia nel campo della residenza sia del terziario, è il più alto in Europa, cioè abbiamo migliaia e migliaia di appartamenti sfitti e altrettante migliaia di uffici non utilizzati.

Occorre dunque sfruttare quanto già c’è?

È chiaro. In uno Stato come il nostro l’idea di costruire nuovamente mi sembra un grosso errore, dobbiamo riflettere e procedere con maggior calma. In primo luogo penso che sia molto meglio cominciare a lavorare all’interno di quello che è già costruito, cercando di recuperare tutto ciò che si può salvare e ancora utilizzare. E, nel caso di tutte le altre zone a rischio sismico nazionali, fare un grosso lavoro per valutare dove intervenire con opere di demolizione e ricostruzione e dove invece andare a migliorare la situazione con opere di consolidamento. Ma, preciso, eviterei in qualsiasi modo l’idea di fare “città di fondazione”, sono davvero l’extrema ratio.

Ma non si tratterebbe di una soluzione più rapida costruire una “New Town”?

No, tutt’altro. Il costo sarebbe uguale e i tempi analoghi. Con il rischio di lasciare la città vera in rovina. Il che comprometterebbe ulteriormente il territorio. continua su ilsussidiario.net leggi anche Una ricostruzione fallita dopo terremoto del Belice

martedì 7 aprile 2009

Michelangelo e il campanile del Duomo di Pietrasanta


PIETRASANTA (Lucca) - Potrebbe essere opera di Michelangelo Buonarroti il campanile del Duomo di Pietrasanta. E' quanto sostiene Enrico Venturini , studente di architettura all'università di Firenze, il quale ha portato avanti un accurato studio in cui dati oggettivi e coincidenze sembrano confermare l'affascinante tesi.

La notizia è una di quelle destinata a fare il giro del mondo. E come non potrebbe esserlo quando protagonisti ne sono il grande Michelangelo Buonarroti e un campanile, all'apparenza di grande semplicità come quello del Duomo di San Martino: una struttura in laterizio rosso, rimasto privo del rivestimento marmoreo, risalente alla fine del XV - inizio XVI secolo, che nasconderebbe, in realtà, una genesi terribilmente michelangiolesca. continua su loschermo.it

Urbanistica e qualità della vita


O meglio: urbanistica è qualità della vita. Lo avevano compreso gli umanisti, nelle loro ricerche sulla città ideale; ma già al tempo di Pericle l'architetto ionico Ippodamo di Mileto, a suo modo pioniere dei «master plan», aveva studiato uno schema di polis a griglia ortogonale, disponendo le aree in base alle diverse funzioni e calcolando anche un numero massimo di residenti oltre il quale la struttura sarebbe collassata. E se il passato ha ancora qualcosa da insegnare, allora sembra giunto il momento, anche per Milano, di fare i conti con il suo essere metropoli che guarda all'Europa e al mondo. Tanto più che l'Expo è alle porte, occasione da non mancare. Così, quando lo scorso novembre l'assessore comunale allo Sviluppo del Territorio Carlo Masseroli ha proposto di riportare 700.000 abitanti nel territorio cittadino, arrivando a quota due milioni, il dibattito ha subito preso fuoco. In pochi giorni sono scesi in campo 17 docenti del Diap (Dipartimento di architettura e pianificazione) del Politecnico, che hanno dato vita al volumetto Per un'altra città. Riflessioni e proposte sull'urbanistica milanese (Maggioli), coordinato da Gabriele Pasqui, professore di Gestione urbana. È lui a spiegare: «Il libro, una raccolta di saggi in cui ciascuno degli autori affronta una tematica, nasce dall'insoddisfazione per la qualità del dibattito pubblico sulle trasformazioni urbanistiche di Milano. Vorremmo alimentare una discussione incentrata sul futuro della nostra città».

La ricognizione è completa: dalla qualità dell'abitare all'ambiente, dalle infrastrutture ai servizi, dallo spazio pubblico alle grandi e piccole trasformazioni. Per Pasqui anziché cercare di catturare abitanti dall'hinterland, bisogna prima di tutto evitare che altri milanesi se ne vadano: «In questo momento la priorità è arginare la fuga dalla città, un dato costante da oltre 30 anni: la mia impressione è che ci sia un problema di offerta residenziale in grado di catturare i bisogni delle giovani generazioni. I costi sono troppo alti». E per giunta non corrispondono quasi mai a un'offerta di servizi all'altezza. «Sia chiaro, noi non ci opponiamo a priori a una logica di densificazione: il problema è capire in quali luoghi intervenire e con quale grado di accessibilità rispetto al servizio pubblico. In questo senso i Pii (programmi integrati di intervento, ndr) non hanno dato prova di grande attenzione». Si parla di servizi e viene in mente il trasporto pubblico: «Qui Milano non è messa così male, ma si è mossa tardi. Emblematico è il caso del passante, arrivato con vent’anni di ritardo rispetto al progetto iniziale, quando tutte le grandi città europee avevano già sistemi di mobilità circolare molto forti». Allarghiamo lo sguardo: l'assessore ha pensato all'ondata di pendolari che ogni mattina affrontano l'odissea del viaggio verso la città… «In rapporto all'hinterland, bisognerebbe identificare alcuni luoghi che diventino nuovi attrattori, promuovendo un'immagine multipolare della regione urbana. Serve però anche un sistema di trasporti migliore, in e verso la città. Sia ben chiaro: governare Milano non è una questione che si ferma ai confini della città; d'altra parte la logica della cooperazione intercomunale fatica molto ad affermarsi: la legge regionale urbanistica permetterebbe piani di governo del territorio sovracomunali, ma in realtà nessuno ci ha mai provato». continua su ilgiornale.it

Italia terra sismica: gli ultimi terremoti

La storia sismica dell'Italia è costellata di eventi tragici: secondo dati riferibili al ministero dell'Interno e reperibili attraverso Internet, negli ultimi mille anni ci sono stati oltre trentamila eventi sismici di grande e media entità, con oltre centoventimila vittime negli ultimi cento anni circa. E' considerato sismico il 45% del territorio nazionale, nel quale risiede il 40% della popolazione.
Questi i terremoti con le conseguenze più gravi della storia recente.
- Belice 1968. La scossa, di magnitudo 6,4 della scala Richter, colpì nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 colpì una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra la Provincia di Agrigento, quella di Trapani e quella di Palermo. La maggior parte dei comuni colpiti più duramente faceva parte della Valle del Belice. Tra i 14 centri colpiti dal sisma, alcuni furono completamente distrutti: Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago. Le vittime furono 370, un migliaio i feriti e circa 70mila i senzatetto.

- Friuli 1976. Il sisma ebbe luogo alle ore 21.06 del 6 maggio 1976. La zona più colpita fu quella a nord di Udine, con epicentro il monte San Simeone situato tra i comuni di Trasaghis e Bordano nelle vicinanze di Osoppo e Gemona del Friuli e magnitudo di 6,4 della scala Richter. La scossa, avvertita in tutto il Nord Italia, investì principalmente 77 comuni italiani e aree limitrofe in Slovenia (allora Jugoslavia) con danni, anche se molto più limitati, per una popolazione totale di circa 80.000 abitanti, provocando, solo in Italia, 989 morti e oltre 45.000 senza tetto.
- Irpinia 1980. Il terremoto colpì alle 19:34 di domenica 23 novembre 1980: la scossa, di magnitudo 6,9 sulla scala Richter, durò circa 60 secondi e colpì l'area a cavallo delle province di Avellino, Salerno e Potenza. Tra i comuni più duramente colpiti vi furono quelli di Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Laviano, San Mango, Caposele, Senerchia, ma le conseguenze mortali arrivarono fino al capoluogo della Campania, Napoli, interessando molti edifici fatiscenti o lesionati da tempo e vecchie abitazioni in tufo. I morti furono 2735, i feriti 8848.
- Santa Lucia 1990. Viene definito terremoto di Santa Lucia l'evento sismico di elevata intensità che nel cuore della notte del 13 dicembre 1990 interessò un'ampia parte della Sicilia sud-orientale. La scossa, di magnitudo 5,1 della scala Richter, durò circa 45 secondi. L'epicentro venne localizzato nel Golfo di Noto. I centri più colpiti furono Augusta, Melilli, Sortino, Carlentini, Lentini e Francofonte in provincia di Siracusa, le vittime furono 17, centinaia i feriti, 15.000 i senzatetto. continua su notizie.virgilio.it

Una ricostruzione fallita dopo terremoto del Belice


Scritto da Carmelo Galati
mercoledì 16 gennaio 2008
Scelte urbanistiche sbagliate, architetti sotto accusa

di Teresa Cannarozzo*

La storia infinita della ricostruzione del Belice è emblematica del fallimento delle politiche attuate dallo Stato a favore del Sud e di quelle non meno fallimentari messe in atto dalla Regione. Ma segna anche il fallimento delle proposte di urbanisti e architetti che con maggiore o minore buona fede si sono cimentati nella ricostruzione disegnando piani territoriali, ideando nuove città, progettando architetture.

Riteniamo di avere individuato alcune circostanze e responsabilità che hanno condizionato negativamente la vicenda della ricostruzione. Esse riguardano la demolizione sistematica subito dopo il terremoto di un gran numero di edifici di interesse storico ed artistico, portata a compimento con troppa fretta per motivi di presunta pericolosità; la miopia dello Stato nell´impostare la politica di sviluppo del Belice con scelte verticistiche e modelli astratti; la voracità della Regione Siciliana nell´ampliare a dismisura le aree terremotate con la conseguente dispersione dei finanziamenti statali; il ricorso esagerato al trasferimento degli insediamenti in aree spesso molto lontane dalle città distrutte o danneggiate; l´utilizzazione di modelli urbanistici sovradimensionati ed estranei alla cultura insediativa locale per il disegno dei nuovi centri urbani; la megalomania e l´autoreferenzialità diffusa in molti degli architetti coinvolti, convinti che la qualità delle loro opere avrebbe creato magicamente spazi e ambienti attraenti e vitali; il meccanismo perverso di finanziamento e di esecuzione dei lavori pubblici, causa di tempi biblici di attuazione degli interventi; la leggerezza di alcuni sindaci, soddisfatti comunque di aprire qualsiasi cantiere per qualsiasi progetto.

Dopo il terremoto, le proposte di assetto territoriale della Sicilia occidentale furono orientate dall´analisi dei processi di spopolamento verificatisi nei centri più piccoli a favore dei centri medi come Sciacca e Castelvetrano. Si propose pertanto di aggregare gli insediamenti in conurbazioni di media dimensione, disposte lungo direttrici di sviluppo, ritenendo in tal modo di razionalizzare la dotazione di infrastrutture e attrezzature in funzione di bacini di utenza di ampiezza maggiore.

Lo sviluppo economico doveva essere assicurato da previsioni di insediamenti industriali, terziari, residenziali e turistici e da una grandiosa infrastrutturazione viaria. La risorsa dell´agricoltura, una delle poche presenti e radicate che poteva essere concretamente potenziata, fu del tutto trascurata: la soluzione dei problemi dell´irrigazione e la costruzione delle dighe sul Belice, di cui si era cominciato a parlare nel 1929, ripetutamente dibattuti e tenacemente rivendicati dalle forze popolari, non furono minimamente presi in considerazione. Tra le previsioni più cervellotiche anche quella di trasformare in porto industriale il porto peschereccio di Mazara del Vallo.

L´auspicato sviluppo industriale e turistico non si è realizzato, ma i criteri posti a base della pianificazione del territorio e della progettazione urbanistica delle nuove città hanno indotto un gigantesco spreco di suolo, foriero di sontuosi indennizzi per espropri sconfinati, hanno ipotizzato ciclopiche reti infrastrutturali e proposto attrezzature generalmente sovradimensionate e spesso destinate ad attività improbabili.

La ricostruzione è stata anche una straordinaria e tragica occasione che ha generato una mole sterminata di commesse pubbliche per urbanisti, architetti, ingegneri, in un arco temporale molto ampio e ha prodotto alcuni risultati dovuti alle prestazioni dei più noti progettisti italiani nel campo dell´urbanistica e dell´architettura (Giuseppe e Alberto Samonà, Ludovico Quaroni, Vittorio Gregotti, Franco Purini e tanti altri) che meriterebbero ulteriori analisi.

Ci sembra che l´errore più diffuso e praticato dalla committenza politica e dai progettisti, in tutte le fasi della ricostruzione, sia stato quello di proporre soluzioni urbanistiche e progetti architettonici senza porsi minimamente il problema della conoscenza della realtà sociale, economica e perfino fisica del territorio, e senza avvertire la benché minima necessità di formulare risposte che tenessero nella dovuta considerazione i problemi e le aspettative delle comunità locali. Anche se con motivazioni diverse si trattò di un atteggiamento comune, in momenti successivi, sia agli urbanisti che agli architetti, ai quali per altro la committenza pubblica non indicava percorsi e metodi più impegnativi.

Tra le infrastrutture viarie previste sono state realizzate solamente l´autostrada Palermo-Trapani (compreso il tratto tra Palermo e l´aeroporto), l´autostrada Palermo-Mazara del Vallo e la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Quest´ultima, completata alla fine degli anni ‘90, impiegando per la sorveglianza nei cantieri i soldati dell´operazione Vespri Siciliani, sembra l´opera più utile di tutta la ricostruzione perché ha consentito al territorio del Belice di uscire da una condizione di oggettivo isolamento.

Oggi, nonostante gli scempi del terremoto e quelli provocati dall´opera dell´uomo, nonostante la perdurante presenza di ruderi e rovine, la valle sembra essere risorta come territorio agricolo produttivo intensamente coltivato a vigneti e oliveti, attento alle colture biologiche e costellato da insediamenti agrituristici.

Altri segnali positivi vengono dalla nuova generazione di amministratori locali, che affrontano con coraggio e consapevolezza la gestione di un´eredità difficile rappresentata dai nuovi insediamenti con migliaia di case vuote, da centri storici ridotti a siti archeologici, da opere d´arte arrugginite, da ettari di suoli cementificati che costituivano le basi delle baraccopoli.

Comincia finalmente a emergere un progetto complessivo di sviluppo locale che cerca di riannodare i fili con le radici culturali delle comunità; l´apertura di un museo nel castello Grifeo, a Partanna, avvenuta nel dicembre 2007, è una significativa testimonianza di questo processo.

*Pubblicato su La Repubblica del 15 gennaio 2008

lunedì 6 aprile 2009

Galleria di immagini


Crollate ville e villette
Casa dello studente

Terremoto, Abruzzo in ginocchio
decine di vittime, migliaia di sfollati


Resto del post

DATI EVENTO


Dati evento:

Event-ID 2206496920
Magnitudo(Ml) 5.8
Data-Ora 06/04/2009 alle 03:32:39 (italiane)
06/04/2009 alle 01:32:39 (UTC)
Coordinate 42.334°N, 13.334°E
Profondità 8.8 km
Distretto sismico Aquilano

Comuni entro i 10Km

L'AQUILA (AQ)
LUCOLI (AQ)
SCOPPITO (AQ)
TORNIMPARTE (AQ)
Comuni tra 10 e 20km

BORGOROSE (RI)
BARETE (AQ)
CAGNANO AMITERNO (AQ)
CAPITIGNANO (AQ)
FOSSA (AQ)
OCRE (AQ)
PIZZOLI (AQ)
ROCCA DI CAMBIO (AQ)
SANT'EUSANIO FORCONESE (AQ)

La zona è stata oggetto di una sismicità frequente con caratteristiche di sciame sismico a partire dal mese di gennaio 2009, con centinaia di scosse tutte di modesta entità, fino all'evento di magnitudo 4.0 avvenuto il 30 marzo scorso.

Si sottolinea la circostanza secondo la quale, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile realizzare una previsione deterministica dei terremoti (previsione della localizzazione, dell'istante e della forza dell'evento). Ciò è vero anche in presenza di fenomeni quali sequenze o sciami sismici che nella maggior parte dei casi si verificano senza portare al verificarsi di un forte evento. Una scossa quale quella che si è manifestata oggi viene normalmente seguita da numerose repliche, alcune delle quali probabilmente assai sensibili.

La zona in oggetto è stata sede in passato di forti terremoti. In particolare, l’attività di questi giorni si colloca tra la terminazione meridionale della faglia che si è attivata nel terremoto del 1703 (Int. MCS del X grado MCS, pari a Magnitudo circa 6.7) e i limiti settentrionali della faglia associata nei cataloghi al terremoto del 1349 e di quella denominata “Ovindoli-Piani di Pezza”.

Si ricorda che i comuni interessati ricadono tra la prima e la seconda categoria della classificazione sismica del territorio nazionale. Negli ultimi anni la zona non è stata interessata da forti terremoti.

Subito dopo il manifestarsi dell'evento l'Istituto si è mobilitato inviando nell'area colpita le sue strutture di emergenza quali la rete mobile e altre squadre di rilevatori.

Roma 6 Aprile 2009 ore 6:30

Terremoto in Abruzzo


6 aprile 2009 Centinaia gli edifici lesionati o crollati in toto o in parte, migliaia di sfollati, decine di vittime.
La prima e più grave scossa, di magnitudo 5.8 della scala Richter, ha avuto un effetto pari all'ottavo-nono grado della scala Mercalli sugli edifici, provocando diversi crolli e lesioni gravi agli edifici.
La citta' e' stata seriamente danneggiata dal terremoto di questa notte che ha distrutto il centro storico. Campanili di chiese crollati, edifici sventrati, palazzi pubblici seriamente danneggiati. La gente si trova ammassata nelle piazze: Piazza Duomo, Piazza Palazzo, Piazza Castello.
«l'allarmismo» di Giuliani
Il ricercatore dei laboratori del Gran Sasso aveva lanciato l'allarme per un sisma «disastroso»



Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, inviperito martedì 31 marzo si era scagliato contro «quegli imbecilli che si divertono a diffondere notizie false»
Occorre dire che un conto è dire «ci sarà un terremoto», un altro è dire con precisione in quale zona colpirà e soprattutto quando. Per evitare di far evacuare migliaia di persone per settimane intere prima che succeda effettivamente qualcosa.
L'analisi di Giuliani era basata sull'analisi di un gas radioattivo, il radon, che si libera dal sottosuolo quando le faglie vengono attivate il gas trova una via di fuga giungendo in superficie.
fonte: www.rainews24.it ; www.corriere.it ; www.repubblica.it

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Risparmio energetico: pubblicate le UNI/TS 11300 sulle prestazioni energetiche degli edifici
fonte UNI
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Tutta la documentazione di approfondimento, compresi i decreti ministeriali attuativi delle Finanziarie 2007 e 2008 con le istruzioni dettagliate per fruire degli incentivi. Le risposte - elaborate a seguito di un attento esame delle Finanziarie e dei decreti attuativi - rappresentano la valutazione degli esperti ENEA
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