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venerdì 22 luglio 2011

Breve storia della BASILICATA

I primi segni di frequentazione  umana rinvenuti in
Basilicata si fanno risalire al Paleolitico inferiore,
periodo in cui i territori in  prossimità dei fiumi e dei
bacini lacustri  costituivano l'habitat ideale per l'Homo
Erectus e le sue attività vitali di caccia e raccolta. Le
testimonianze migliori di questa prima fase di civiltà
sono emerse  a Venosa dove nei pressi di antichi
specchi d'acqua sono stati ritrovati anche i resti di
specie faunistiche oggi estinte, come l'elefante e il
rinoceronte, e sopravvivenze di lontanissime specie terziarie
come il machairodus o tigre dai denti a sciabola.
1
Ma sono le pietre millenarie a trasmetterci tenaci frammenti
di vita preistorica, gli utensili per la lavorazione, come la
Punta Musteriana  ritrovata  a Pane e  Vino,  fra Tursi e
Policoro, oppure i ciottoli decorati con incisioni
geometriche, segni di una scrittura ... continua

BERGAMO Cartografia

Da questa pagina è possibile accedere al servizio Cartografia, in cui trovare mappe, indirizzi e l'ubicazione degli uffici comunali, al Geo-Portale del Comune di Bergamo, un portale che risponde alla richiesta di informazioni dei cittadini o di enti sulle attività di programmazione e governo del territorio o sui passi necessari per promuovere attività - piccole e grandi -di trasformazione del territorio, e all'Atlante Geografico, da dove è possibile consultare rilievi cartografici e fotografici, elaborati di pianificazione e governo del territorio, ricerche ed analisi tematiche georeferenziate.

individuazione degli interventi privi di rilevanza per la pubblica incolumità ai fini sismici e delle varianti in corso d'opera non sostanziali

La Regione Emilia Romagna ha approvato il nuovo atto di indirizzo in materia sismica per l’individuazione degli interventi privi di rilevanza per la pubblica incolumità ai fini sismici (IPRIPI) e delle varianti in corso d'opera non sostanziali (VNS). 
In data 3 giugno 2011 la Giunta Regionale ha approvato, con Delibera n. 687 del 23 maggio 2011, l'atto di indirizzo con cui sono individuati gli interventi strutturali esclusi dalle procedure sismiche (privi di rilevanza per la pubblica incolumità ai fini sismici) e le varianti in corso d'opera non sostanziali. 

Si tratta del primo esito dell'attività di monitoraggio della disciplina antisismica regionale costituita dalla L.R. n.19 / 2008 e dei relativi atti di indirizzo attuativi.


Testo della delibera RER n. 687/2011DELIBERA_687-20011.pdf (230 Kb)

lunedì 18 luglio 2011

Il Collegio arbitrale.

Per quanto concerne il Collegio arbitrale, è da segnalare che il mancato accordo
per la nomina del terzo arbitro  – presidente del collegio, che deve essere scelto o
direttamente dalle parti, o dagli arbitri di parte, in base ad apposito mandato – determina
l‟applicazione di una procedura speciale, ulteriormente differenziata rispetto a quella
qui regolata che si vuole basare ancora prevalentemente sul  Cod. proc. civ.; a tale
procedura è dedicato integralmente il successivo art. 243.
La riforma del 2010, modificando il comma 5 dell‟art. 241, ha reso più rigorosi i
criteri per la selezione del presidente del collegio
3
; la scelta è limitata tra soggetti non
solo dotati “di particolar esperienza nella materia oggetto del contratto cui l‟arbitrato si
riferisce” (così come richiesto dall‟art. 241 del codice), ma anche muniti di “precipui
requisiti di indipendenza” (criterio questo diverso dall‟imparzialità), che non abbiano
espletato nell‟ultimo triennio attività di arbitro di parte o di difensore in procedimenti
davanti ai giudici privati relativi alla esecuzione di contratti pubblici.
La nomina del Presidente in violazione di tali requisiti è sanzionata con la nullità
del lodo ai sensi dell‟art. 829, comma 1, n. 3, Cod. proc. civ. (il motivo di impugnazione
non potrà essere dedotto dalla parte che ha dato luogo alla nullità, o vi ha rinunciato, o, ex art. 830, secondo comma, Cod. proc. civ., se “non ha eccepito nella prima istanza o
difesa successiva” la violazione della normativa e quindi nel nostro caso l‟incapacità
dell‟arbitro).
Dalla previsione consegue una netta incompatibilità per i soggetti  – almeno in
prevalenza avvocati del libero foro – che nell‟ultimo triennio hanno svolto attività di
arbitro di parte o di difensori negli arbitrati disciplinati dal codice, non solo fra le stesse
parti, ma anche fra altre.
La disamina della disposizione esclude dal regime dell‟incompatibilità il mandato
ricevuto per la gestione del contenzioso da un difensore dipendente pubblico
nell‟”adempimento di dovere d‟ufficio”. Non possono, poi, nel rispetto dei principi
generali, assumere l‟incarico di arbitri i soggetti che hanno partecipato all‟accordo
bonario.
Il comma sesto ha previsto quale ipotesi di ricusazione l‟aver espresso un
giudizio, o parere, sull‟oggetto della controversia anche nel contesto del procedimento
di accordo bonario, destando perplessità sulla compatibilità con i principi generali e a
quello di ragionevolezza.
L‟art. 241 del D.L.vo 163 del 2006 si limitava a prevedere la facoltà delle parti, o
degli arbitri, di individuare il Presidente tra i soggetti dotati di particolare esperienza
nella materia oggetto del contratto (e quindi dell‟arbitrato) richiedendo che fossero
“muniti di precipui requisiti di indipendenza” (criterio questo, invero, di non agevole
verifica ex ante). L‟individuazione dell‟assunzione negli ultimi tre anni del mandato di
arbitro di parte, o di difensore, nelle controversie relative all‟esecuzione dei contratti
pubblici quale situazione ostativa alla nomina del Presidente non trova sostegno nella
disciplina processualcivilistica in quanto l‟art. 815 n. 6  Cod. proc. civ. si limita a
prevedere la possibilità di ricusazione dell‟arbitro se ha prestato consulenza, assistenza
o difesa a una delle parti in una precedente fase della vicenda o vi ha deposto come
testimone con stretto riferimento al diverso requisito della imparzialità; non assume
rilevanza, quindi, e con disciplina del tutto ragionevole la pregressa attività in giudizi
che coinvolgano parti diverse. La normativa deontologica (art. 55) prevede l‟obbligo per
l‟Avvocato che assume il mandato di arbitro di “improntare il proprio comportamento a
probità e correttezza e a vigilare che il procedimento si svolga con imparzialità e
indipendenza”.
In tale contesto il riferimento alle norme deontologiche assume rilevanza, almeno
per i liberi professionisti, proprio  per la connessione logica fra illecito disciplinare e la
precipua indipendenza richiesta dalla disposizione.
Occorre notale come il divieto di nomina a Presidente introdotto dal D.L.vo 53 del
2010 ricorda la disciplina dell‟art. 151, comma 8 del D.P.R. 554 del 99; la disposizione
è stata ritenuta illegittima dal Consiglio di Stato con la sentenza 6335 del 2003
4
, nella
parte in cui stabiliva regole relative alla formazione dell‟albo degli arbitri della camera
arbitrale (art. 151, commi 5 e 7, quest‟ultimo limitatamente agli arbitri), nonché alla
durata dell‟iscrizione ed alle incompatibilità conseguenti all‟iscrizione stessa. La riconducibilità prevista dal D.L.vo 53 del  2010 dell‟incompatibilità all‟ipotesi limitata
all‟art. 812  Cod. proc. civ. alle carenze della capacità legale di agire dell‟arbitro è
almeno discutibile, dando luogo a consistenti perplessità in riferimento al principio di
ragionevolezza, per la disparità di trattamento tra arbitro nominato dalle parti e
Presidente del collegio (che può avvenire anche con il consenso delle parti);
l‟assunzione di tale incarico, nel triennio, non preclude secondo la recente normativa il
conferimento di successive nomine in giudizi arbitrali
5
. Dalla previsione generale di
incompatibilità per lo svolgimento nel triennio precedente del mandato di arbitro di
parte o di difensore nei giudizi relativi alle controversie nei contratti pubblici conseguirà
in molti casi per i liberi professionisti l‟impossibilità di accettare la nomina a Presidente
del collegio; tuttavia l‟incompatibilità non opera per i dipendenti pubblici individuati in
precedenza quali presidenti, con irragionevole discriminazione tra le due ipotesi.
Altro aspetto lacunoso appare l‟individuazione del  dies a quo per la verifica del
mancato esercizio delle funzioni di arbitro di parte o di difensore nell‟ultimo triennio:
tale termine potrebbe decorrere, in carenza di espressa previsione, sia dall‟accettazione
che dalla costituzione del collegio che, infine, dalla data di deposito del lodo. La nomina
in carenza del requisito dell‟inattività triennale è sanzionata con la nullità del lodo ex
art. 829, comma 1°, n. 3 Cod. proc. civ.
L‟art. 241 si occupa, infine, del collegio arbitrale, toccando anche gli aspetti
relativi ai costi della procedura. La novella del 2010 all‟art. 241 del Codice dei contratti
pubblici si pone doverosamente in osservanza della legge delega, che ha posto il
contenimento dei costi del giudizio arbitrale tra i principi e criteri direttivi della delega
stessa (L. n. 88 del 2009, art. 44, comma 3, n. 5). Il metodo  adottato, al comma 12
dell‟art. 241, è quello del rinvio ad un decreto ministeriale specificato – il D.M. lavori
pubblici 2 dicembre 2000, n. 398 – atto che contiene tariffe la cui applicazione è oggi
imposta autoritativamente: la soluzione scelta per la riduzione dei costi dell‟arbitrato,
anche ai fini della sua riammissione nell‟ambito dei contratti pubblici, è quindi quella
della sua determinazione autoritativa
6
.
Il comma 12 dell‟art. 241, Codice dei contratti pubblici, esclude inoltre
l‟applicazione, agli arbitrati disciplinati, dell‟art, 24 del  D.L.  n. 223 del 2006,
convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248.
Agli arbitrati in tema di contratti pubblici di lavori, servizi o forniture oggi si
applica, come previsto dal comma 12, primo periodo dell‟art. 241, il D.M. Ministero
Lavori Pubblici n. 398 del 2000, sia per i criteri da adottare, sia per la determinazione
della tariffa disposta in allegato. Tale metodo vale anche per il consulente tecnico e ogni
altro ausiliario nominato dal collegio arbitrale, in quel caso col richiamo del D.P.R. 20
maggio 2002, n. 115, artt. 49-58, come dispone il nuovo comma 13 dell‟art. 241. Il
vincolo più forte, comunque, si riscontra nell‟introduzione del quarto periodo del
comma 12, art. 241, in cui si ribadisce il tetto massimo di 100 mila euro per il compenso
dell‟intero collegio arbitrale, compreso il segretario, se presente. Tale scelta appare
rigida nel senso che rappresenta una significativa eccezione nell‟ambito della disciplina
dell‟arbitrato e, più in generale, del sistema tariffario nell‟ambito delle libere
professioni.
Tra le innovazioni introdotte, infine, deve essere segnalata la previsione della
compensazione delle spese di giudizio in proporzione al rapporto tra il valore della domanda e quello dell‟accoglimento – salvo il richiamato caso contemplato dall‟art. 92
Cod. proc. civ. e cioè “se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed
eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può
compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti”  – ex comma 12 bis
introdotto dalla novella del 2010 7.


3
GIALLONGO,  L’accordo bonario e l’arbitrato dei contratti pubblici dopo il D.L.vo 53 del 2010  in
www.giustamm.it

4
Cons. Stato, sez. IV, 17 ottobre 2003 n. 6335 in  D&G  - Dir. e Giust. 2003, f. 39, 72 con note di
CASSANO e NISATI; Foro amm. CDS 2003, 2941; Giur. it. 2004, 61 con note di CASSANO e NISATI;
Foro it. 2004, III, 73 con note di CARROZZA e FRACCHIA;  Studium Juris 2004, 265; Riv. arbitrato
2004, 743 con nota di LUISO;  Giur. it. 2004, 535 con nota di BUONFRATE; Foro pad. 2003, I, 511;
sulla sentenza, si veda anche STUMPO, Appalti pubblici di lavori ed arbitrato: alcune considerazioni
sull’evoluzione del meccanismo di risoluzione, anche alla luce della pronunzia del Consiglio di Stato 17
ottobre 6335 in Riv. trim. app., 2004, 627.

5
ITALIA, Il nuovo ricorso negli appalti pubblici, op. cit., 91.
6
Ibidem,  Il nuovo ricorso negli appalti pubblici, op. cit., 92.

7
GUZZO,  Appalti pubblici, Disciplina, procedura e nuovi profili processuali, Giuffrè, Milano, 2010,
329.
continua su "Tempio di Giove"

La disciplina dell’arbitrato nel Codice dei contratti pubblici.

La disciplina completa del ricorso all‟arbitrato in merito a contratti pubblici, di
diritto speciale, si ricava solo dalla lettura congiunta dei tre articoli 241, 242 e 243
(anch‟esso modificato dallo stesso art. 5 del D.L.vo n. 53 del 2010, per armonizzarlo al
nuovo testo dell‟art.  241), che trattano rispettivamente dell‟istituto in generale,
dell‟organismo pubblico – la camera arbitrale – appositamente costituito, tra l‟altro, per
sostituirsi eventualmente alle parti per la scelta del terzo arbitro, e di alcuni specifici
aspetti procedurali per gli arbitrati in cui il presidente del collegio sia nominato dalla
camera arbitrale appena richiamata.
Dalle tre disposizioni citate risulta che i modelli arbitrali tracciati sono due,
alternativi, variabili a seconda che il Presidente del collegio arbitrale sia, o meno, scelto
dalle parti, circostanza che determina il passaggio dalla procedura “normale” ad una
procedura arbitrale amministrata, presso l‟organismo appositamente costituito e regolato
dal codice stesso.

Il Codice dei contratti pubblici consolida l‟istituto, esteso a tutte le controversie
derivanti dall‟esecuzione del contratto, offerto alla facoltà delle parti come modello
alternativo per la composizione delle liti, anche in seguito al fallimento del tentativo
della loro prevenzione attuato con l‟esperimento della procedura per l‟accordo bonario,
disciplinata dal precedente art. 240.
Tra le novità introdotte dal D.L.vo n. 53 del 2010 rilevano le formalità necessarie
per l‟attivazione dell‟arbitrato  previste dal  comma primo bis, art. 241 (aggiunto dalla
novella), il quale prevede l‟obbligo per la stazione appaltante di indicare nel bando,
nell‟avviso o nell‟invito (a seconda del procedimento di gara) se il contratto con
l‟affidatario prevederà, o meno, la clausola compromissoria.
Il D.L.vo n. 53 del 2010 ha conferito all‟aggiudicatario il potere di “ricusare” la
clausola che non è inserita nel contratto, se la parte privata comunica la volontà
declinatoria entro venti giorni dalla conoscenza dell‟aggiudicazione. È vietata
espressamente la stipula del compromesso, e cioè la possibilità dopo il sorgere della
controversia di attribuire alle parti, nell‟esercizio dell‟autonomia contrattuale consentita
dall‟art. 1322 Cod. civ., la decisione ai giudici privati.
La  ratio sottesa alla modifica è quella di garantire la tutela del principio di
facoltatività della scelta arbitrale ad entrambe le parti e non solo a favore della stazione
appaltante; è consentita, quindi, all‟aggiudicatario la facoltà di accettare o meno il
percorso arbitrale previsto nel bando di gara. La predisposizione della clausola
compromissoria da parte della P.A. è stata ritenuta dal legislatore idonea a suscitare
consistenti perplessità sulla volontarietà di accedere all‟arbitrato dell‟impresa
concorrente; appare, pertanto, possibile l‟esercizio del potere di ricusazione non solo da
parte dell‟impresa individuata da prima ma anche dei successivi, eventuali,
aggiudicatari a seguito di attività in autotutela della P.A. o dell‟annullamento del
provvedimento da parte del TAR in quanto tali soggetti divenuti, nel frattempo, titolari
della facoltà di ricusazione.

1. Il ritorno dell'arbitrato nell'ambito delle Pubbliche amministrazioni.

Proprio nel momento in cui il ricorso alle procedure arbitrali aventi come parte
una Pubblica Amministrazione era stato ormai pienamente acquisito, e unanimemente
accettato, dalla dottrina e dalla giurisprudenza, e diffuso nella pratica, il Legislatore ne
ha disposto il divieto, con gli artt. 3, commi 19, 20 e 21, della L. n. 244 del 2007 (legge
finanziaria per il 2008), e 15 del D. L. n. 248 del 2007 (il termine di operatività è stato
in seguito differito con l‟art. 15 L. n. 31 del 2008, di conversione D. L. n. 248 del 2007,
c.d. “milleproroghe”).
Secondo la legislazione richiamata, a decorrere dal 1° luglio 2008 l‟inserimento
nei contratti pubblici di clausole compromissorie o la sottoscrizione di compromessi
avrebbe portato alla nullità dei contratti stessi. Sempre in base alla stessa rigorosa
norma, relativamente ai contratti già sottoscritti alla data dell‟entrata in vigore della L.
n. 31 del 2008, per i quali sia prevista la facoltà di declinatoria, se i collegi arbitrali non
si sono costituiti al 30 giugno 2008, sussiste l‟obbligo di denegare la competenza
arbitrale, come ribadito anche dall‟Autorità di vigilanza per i contratti pubblici nel
parere del 10 marzo 2008.  È opportuno notare, però, che tale divieto assoluto, grazie a
norme di proroga dell‟entrata in vigore della norma che lo ha previsto, non è mai
divenuto operativo, com‟è stato anche sottolineato nella Relazione di presentazione
dello schema di decreto legislativo alle Camere (Schema n. 167 del 19 dicembre 2009).
Questa posizione di rifiuto assunta di recente dal Legislatore  risulta ancora più
forte se si considera che, in linea di principio, l‟utilizzabilità dell‟istituto dell‟arbitrato
ha trovato un‟affermazione generale nell‟ambito della giustizia amministrativa, ad opera
dell‟art. 6, comma 2, della L. n. 205 del 21 luglio 2000, ove si sancisce appunto che “le
controversie concernenti diritti soggettivi devolute al giudice amministrativo possono
essere risolte mediante arbitrato rituale di  diritto”. Le ragioni poste alla base della
drastica soluzione del divieto meritano adeguata considerazione, in quanto pongono in
luce le inefficienze dell‟istituto emerse in sede applicativa, e la conseguente necessità di
introdurre differenziazioni allo stesso.
L‟arbitrato, infatti, resta nell‟ambito degli strumenti di diritto comune, ma la sua
disciplina deve tenere conto delle peculiarità del contesto pubblico in cui è applicato,
prime fra tutte quelle legale alle regole della contabilità pubblica che non consentono
elusioni né situazioni di eccessiva aleatorietà, per quanto tecnicamente giustificabile,
per le spese imputabili alla parte pubblica. La contrarietà al ricorso dell‟arbitrato
nell‟ambito della P.A. è infatti principalmente legata alla valutazione del costo,
rilevatosi eccessivo, che il ricorso a questa procedura ha comportato, dato evidenziato
anche dall‟Autorità di Vigilanza del settore nella Relazione 2006 presentata al Senato
della Repubblica il 16 luglio 2007. 39
La riforma del 2010 ha modificato la disciplina dell‟arbitrato, rimodellando questo
istituto in alcuni punti risultati problematici tanto da portare il legislatore a disporne il
generale divieto per la P.A., rimosso proprio con l‟art. 5 del D.L.vo n. 53 del 2010.
Le innovazioni introdotte, destinate alla razionalizzazione dell‟istituto, prevedono
che il contraente pubblico indichi sin nel bando se nel contratto sarà o meno inserita la
clausola compromissoria, e per l‟aggiudicatario la facoltà di rifiutare l‟inserimento della
clausola  compromissoria nel contratto; criteri selettivi più stringenti per la scelta
dell‟arbitro presidente; nuove regole per l‟impugnazione del lodo e l‟accelerazione del
giudizio di appello avverso il lodo; una sensibile riduzione dei costi del giudizio
arbitrale tramite determinazione pubblica in sostituzione delle tariffe vigenti, con
applicazione di un tetto massimo di complessivi 100 mila euro per l‟intero collegio
arbitrale, compreso il segretario
1
.
Le correzioni introdotte, quindi, rappresentano un importante passo verso
l‟adeguamento di questa forma di giustizia “privata”, fornendo alle parti una scelta in
più, da valutare nell‟ambito delle altre scelte offerte dall‟ordinamento, da selezionare
tenendo conto anche dei tempi e dei costi necessari per giungere alla decisione.
Così come l‟accordo bonario disciplinato dall‟art. 240  – istituto legato
strettamente all‟arbitrato e al giudizio ordinario in quanto il suo fallimento rappresenta
un presupposto per accedere, appunto, alla tutela arbitrale o a quella giurisdizionale
ordinaria –, anche la modifica dell‟arbitrato non è espressamente oggetto della direttiva
n.2007/66/CE, cui all‟art. 44 della legge delega n. 88 del 2009 (legge comunitaria per il
2008) dichiara di dare attuazione.
Tale scelta autonoma del Legislatore nazionale, non strettamente imposta
dall‟ordinamento sovranazionale, si ispira alle stesse finalità di garanzia perseguite dal
Parlamento europeo e dal Consiglio, autori della c.d. “direttiva ricorsi”, e in particolare
al miglioramento dell‟efficacia delle procedure di ricorso in materia di aggiudicazione
degli appalti pubblici2.


1
ITALIA, Il nuovo ricorso negli appalti pubblici  - Commento organico al decreto legislativo 20 marzo
2010, n.53 attuativo della "Direttiva ricorsi" riguardante il miglioramento dell'efficacia delle procedure
al ricorso in materia di appalti pubblici, Giuffrè, Milano, 2010, 79.
2
Ibidem, Il nuovo ricorso negli appalti pubblici,op. cit.

TAR LAZIO – Sez. II ter – 9 febbraio 2011 n. 1283

Edilizia ed urbanistica  – Attività edilizia  – Sostituzione o rinnovo di parti
dell’edificio – Riconducibilità all’ipotesi della ristrutturazione edilizia – Esclusione.
1. – Nel caso in cui le opere edilizie realizzate consistano in lavori diretti alla mera
sostituzione o al rinnovo di parti dell’edificio, che non comportano alcuna alterazione
di volumi o di superfici e nemmeno alcun mutamento della destinazione dell’unità
immobiliare, non è possibile ricondurle nell’ambito della ristrutturazione edilizia(1)
.1
Cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 22 marzo 2007 n. 1388; Sez. V, 6 febbraio 2003 n. 61.

TAR LAZIO – Sez. II ter – 4 febbraio 2011 n. 1076 Permesso di costruire – Struttura in prefabbricato – Necessità.

1.  – Il riesame dell’abusività dell’opera edilizia, provocato dalla presentazione
dell’istanza di sanatoria dell’autore dell’abuso, determina la necessaria formazione di
un nuovo provvedimento che vale a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio
in precedenza emanato con la conseguenza che, in caso di rigetto dell’istanza,
l’Amministrazione deve  adottare un nuovo provvedimento sanzionatorio, disponendo

nuovamente la demolizione dell’opera edilizia ritenuta abusiva, con l’assegnazione di
un nuovo termine per adempiere
1
; pertanto, una volta emanato il diniego di sanatoria,
il Comune può legittimamente procedere alla trascrizione nei pubblici registri
immobiliari ed all’immissione in possesso soltanto per effetto dell’accertamento
dell’inottemperanza, nei termini di legge, alla nuova  determinazione di demolizione
adottata a seguito del suddetto diniego.
2. – Nella motivazione per relationem il concetto di disponibilità dell’atto diverso cui si
fa riferimento comporta che questo sia reso disponibile a norma di legge, cioè che esso
possa esser acquisito utilizzando il procedimento di accesso ai documenti
amministrativi, laddove concretamente esperibile; in sostanza, detto obbligo determina
che la motivazione  per relationem del provvedimento sia portata nella sfera di
conoscibilità legale del destinatario, con la conseguenza che in tale ipotesi è sufficiente
che siano espressamente indicati gli estremi o la tipologia dell’atto richiamato, mentre
non è necessario che lo stesso sia allegato o riprodotto, dovendo, invece, essere messo
a disposizione ed esibito ad istanza di parte.
3. – La realizzazione di una struttura in prefabbricato integra una nuova costruzione e,
in quanto tale, richiede, quale titolo edilizio abilitativo, il permesso di costruire, atteso
che la precarietà dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso di tale permesso,
postula un uso specifico e temporalmente limitato del bene.

Vincolo archeologico – Esistenza di elementi morfologici – Criterio di sufficienza.

1.  – In materia di condono edilizio, nel caso di vincolo successivo rispetto all’epoca
dell’abuso, la Soprintendenza deve tenere conto, sulla base delle normativa vigente, di
tutti i vincoli esistenti sull’area, e quindi anche sopravvenuti rispetto all’epoca
dell’abuso, nonché delle qualificazioni giuridiche che la stessa vincolistica impone.
2. – L’Amministrazione deve accertare la compatibilità di un manufatto edilizio di cui si
chiede la sanatoria con il contesto ambientale al momento in cui viene esaminata la
domanda di sanatoria stessa; pertanto, il vincolo archeologico non può considerarsi
del tutto inesistente per il solo fatto che sia sopravvenuto all’edificazione, dovendo
applicarsi in questi casi il regime di cui all’art. 32 comma 1, L. n. 47 del 1985, che
subordina il rilascio della concessione in sanatoria per opere sottoposte a vincolo, al
parere favorevole dell’Autorità preposta alla sua tutela.
3. – Il parere di cui all’art. 32 L. 28 febbraio 1985 n. 47, sul rilascio della concessione
edilizia in sanatoria per le opere abusivamente realizzate su zone sottoposte a vincolo
archeologico, compete alla Soprintendenza archeologica ai sensi dell’art. 146 comma 1
lett. m) del D.L.vo n. 490 del 1999.
4. – L’esistenza di elementi morfologici determinanti per il ―godimento e per la
visibilità del paesaggio dell’Agro Romano‖, costituisce un elemento incidentale per
suffragare il carattere storico-archeologico dei luoghi interessati alle opere.

Approvata la delibera sul Print (Programma Integrato) di Pietralata. ROMA


I Print sono Programmi Integrati che promuovono e coordinano, mediante incentivi urbanistici, fiscali e finanziari, interventi pubblici e privati volti alla riqualificazione urbana e ambientale. Interessano tutti i tessuti della città da ristrutturare ed ampie porzioni di tessuto della Città Consolidata, cioè quelle zone che, a causa delle origini abusive e/o delle particolari condizioni di degrado, necessitano di interventi di miglioramento della qualità urbana.

In particolare il Print Pietralata realizza la riqualificazione del quartiere attraverso l’attuazione di nuove opere pubbliche per 57 milioni di euro, derivanti dagli oneri ordinari e straordinari di 36 interventi di edilizia privata (proposti dai rispettivi proprietari di aree che hanno aderito al Bando pubblico nel 2006) per 98mila mq di superficie utile lorda, nella quale verranno realizzate opere di urbanizzazione e servizi pubblici.

Gli interventi privati derivano prevalentemente dalla demolizione e/o ristrutturazione di edifici degradati o in abbandono. La realizzazione di opere pubbliche è resa possibile dalla cessione al Comune di circa 18 ettari per viabilità, parchi, piazze e servizi pubblici.

Gli obiettivi del Programma prevedono interventi sul tessuto urbano, sul sistema viario, su quello storico-ambientale e l’inserimento di abitazioni in affitto a canone convenzionato per l’housing sociale.

I lavori previsti riguardano la riqualificazione di via di Pietralata; la costruzione di un’ampia piazza centrale con accanto il nuovo mercato e il teatro; l’adeguamento di via Mesula e via Casale Rocchi; la realizzazione di aree verdi e spazi attrezzati a Vigna Mangani, via di Casale Rocchi, argine dell’Aniene, il Parco dell’Acqua Vergine e la costruzione dell’asilo nido di Via Mesula. Inoltre il Dipartimento Periferie di Roma Capitale sta realizzando nella parte alta del quartiere, verso l’Ospedale Pertini, il nuovo piccolo quartiere di housing sociale integrato.

Questo vasto complesso di interventi, pubblici e privati, trasformerà in un qualificato quartiere urbano quella che era una periferia marginale della città.


14 LUG 2011 - MDF

parere in merito alla efficacia del piano di utilizzazione aziendale (PUA) in area naturale protetta e alla equivalenza del PUA al piano ambientale di miglioramento agricolo (PAMA) di Roma capitale

Oggetto: parere in merito alla efficacia del piano di utilizzazione aziendale (PUA) in area naturale


protetta e alla equivalenza del PUA al piano ambientale di miglioramento agricolo (PAMA) di Roma capitaleRoma capitale ha chiesto il parere di questa direzione regionale in merito a quanto
specificato in oggetto.
La richiesta origina dalla posizione espressa in precedenti pareri da questa direzione
regionale in merito all’ambito di applicazione del PUA, sintetizzabile come segue: l'approvazione
del PUA non produce alcun effetto derogatorio nei parchi e nelle altre aree naturali
protette, in quanto né la |.r. 6 ottobre I997, n. 29, che contiene la normativa di settore, né altre
leggi attribuiscono all’istituto effetti derogatori nelle predette aree. Tuttavia, Roma capitale ritiene
che sulla base delle norme tecniche di attuazione (NTA) al piano regolatore generale (PRG) di
Roma, il PAMA del Comune abbia specificità proprie che per certi versi lo equiparerebbero al
PUA e per altri gli conferirebbero vigenza anche nelle aree naturali protette denominate “Rete
ecologica”. Le norme delle NTA alle quali si riferisce il richiedente (art. 76 e 79) prevedono che il
PAMA “ha le finalità, i contenuti e gli del PUA e un procedimento di approvazione analogo
(Roma capitale cita: Fistituzione di una commissione tecnico-consultiva che coadiuva gli
comunali nell’approvazione dei piani; per la nuova edificazione, la specificazione delle deroghe
consentite a seguito dell’approvazione del PAMA; Fobbligatorietà del PAMA per le nuove
costruzioni nelle aree agricole facenti parte della Rete ecologica).
Sulla base della citata normativa, Vìnterpellante chiede se le conclusioni relative al|’ambito
di operatività del PUA valgano anche per Roma capitale.
In conclusione, si ritiene che il PAMA di Roma capitale non consenta deroghe di natura
urbanistica nelle aree di Rete ecologica.
Per ogni ulteriore informazione e aggiornamento in merito, si consiglia di consultare il sito:
http:llwww.regione.lazio.itlweb2lcontentslurbatelparerLphp
In merito, si ritiene quanto segue.
Questa direzione regionale ribadisce quanto espresso un numerosi, precedenti pareri, in
ordine al fatto che il PUA, previsto dall’art. 57 L.R. 22 dicembre I999, n. 38, opera, oltre che nelle
aree agricole non vincolate, in quelle assoggettate a vincolo paesaggistico in forza del rimando
operato dall’art. l8, comma 2, della L.R. 6 luglio i998, n. 24, al PUA disciplinato dalla L.R. 38/99. La
mancanza di analoga previsione normativa in materia di ambiente (L.R. 29/97) non consente di
estenderne I’efficacia ai parchi e alle altre aree naturale protette.


Ne deriva Pirrilevanza della equiparabilità del PAMA al PUA, posto che, seppure fosse resta ferma Pinapplicabilità della deroga alla Reteecologica di Roma capitale, in quanto area naturale protetta. Le previsioni del piano
regolatore. infatti. non possono ampliare l'ambito di operatività degli istituti derogatori che la
legislazione regionale ha introdotto inizialmente per le zone agricole non vincolate e ha
successivamente esteso solo alle aree soggette a vincolo paesaggistico.
In ogni caso, per completezza, si ritiene che l’equiparazione dei due istituti presuppone che
I’intero procedimento di approvazione del PAMA e la sua efficacia coincidano con quelli precisati
nell’art. 57 L.R. 38/99 per il PUA. Dal disposto dell’art. 79 delle NTA tale identità sembra
sussistere, in quanto il comma 4 dispone che: “II PAMA è sottoposto aIIa procedura di cui all'art. 57
deIIa LR n. 38/ I 999”, mentre a sua volta il comma 2 prevede che: “II PAMA ha Ie finalità, i contenuti e
gIi effetti del “Piano di utilizzazione aziendale” PUA, di cui aII’art. 57, LR n. 38/ I999”. Tuttavia
proprio tale sostanziale identità implica che le deroghe consentite dal PAMA. specificate nell’art.
76. comma S. delle NTA. non possano legittimamente oltrepassare i contenuti di cui all’art. 57.
comma I. L.R. 38/99. che connotano il PUA (“... necessità di derogare alle prescrizioni relative al lotto
minimo ed alle dimensioni degli annessi agricoli di cui all'articolo 55”).
Appare quindi evidente anche sotto tale profilo come, indipendentemente dalla sua
designazione, il PAMA/PUA esplica i suoi effetti esclusivamente nel campo di operatività e nei
limiti fissati dalle leggi regionali; proprio perché equiparabile al PUA, anche al PAMA si
estende la mancanza di copertura normativa (legge regionale) necessaria ad
assicurarne I’efficacia nelle aree naturali protette.

Comuni con delaga autorizzazione paesistica

Determinazione n. A2942 del 7 aprile 2011 - Individuazione dei Comuni in possesso dei requisiti necessari per l'esercizio della funzione delegata in materia di autorizzazione paesaggistica

Circolare Regione Lazio VAS

AI COMUNI DEL LAZIO
OGGETTO: Piano Urbanistico Comunale Generale di cui agli artt. 32, 33 e 34 della LR
38/1999 e Valutazione Ambientale Strategica di cui agli artt. da 13 a 18 del
D.Lgs. 152/2006 e ss.mm.ii.
Presso la Direzione Regionale Territorio  e Urbanistica risultano in procedura di
Conferenza di Pianificazione i documenti preliminari di indirizzo dei PUCG di cui all’art. 32
della LR 38/1999, adottati dalle Amministrazioni Comunali delle Province di Roma,
Frosinone, Rieti e Viterbo per le quali, ad oggi, ai sensi dell’art. 21 della sopracitata legge, è
intervenuta l’approvazione del Piano Territoriale Provinciale Generale e questo al fine di
acquisire il parere della Regione e della Provincia sulla compatibilità degli indirizzi del PUCG
rispetto agli strumenti o agli indirizzi della pianificazione territoriale e paesistica regionali e
provinciali.
Il Piano Urbanistico Comunale Generale, in quanto piano che investe l’assetto
territoriale con possibili ricadute sull’ambiente e strumento elaborato per la gestione della
destinazione dei suoli, rientra nel campo di  applicazione della Valutazione Ambientale
Strategica, disciplinata dal D.Lgs. 152/2006 e ss.mm.ii. Infatti, ai sensi dell’art. 6 co. 2 del
suddetto decreto, la procedura di VAS si applica a piani e programmi:
a) che sono elaborati per la valutazione e gestione della qualità dell'aria ambiente, per i
settori agricolo, forestale, della pesca, energetico, industriale, dei trasporti, della gestione dei
rifiuti e delle acque, delle telecomunicazioni, turistico, della pianificazione territoriale o della
destinazione dei suoli, e che definiscono il quadro di riferimento per l'approvazione,
l'autorizzazione, l'area di localizzazione o comunque la realizzazione dei progetti elencati
negli allegati II, III e IV del presente decreto;
b) per i quali, in considerazione dei possibili impatti sulle finalità di conservazione dei siti
designati come zone di protezione speciale per la conservazione degli uccelli selvatici e quelli
classificati come siti di importanza comunitaria per la protezione degli habitat naturali e della
flora e della fauna selvatica,  si ritiene necessaria una valutazione d'incidenza ai sensi
dell'articolo 5 del d.P.R. 8 settembre 1997, n. 357, e successive modificazioni.

Il D.Lgs. 152/2006 e ss.mm.ii. all’art. 11 co. 1 stabilisce che “la valutazione ambientale
strategica è avviata dall'autorità procedente contestualmente al processo di formazione del piano o
programma”. Pertanto si ritiene che il documento preliminare di indirizzo di cui all’art. 32
della LR38/1999, quale strumento propedeutico all’avvio della formazione del PUCG per
caratteristiche e contenuti, costituisca il  momento più appropriato per l’avvio della
procedura di VAS.
Si ricorda inoltre che, ai sensi dell’art. 11 co. 5 del medesimo decreto, “la VAS
costituisce per i piani e programmi (…), parte  integrante del procedimento di adozione ed
approvazione” e che, per una maggiore economicità temporale, è auspicabile un’integrazione
tra i due iter procedurali.
In particolare si consiglia di seguire il seguente percorso:
• E’ facoltà dell’Autorità Procedente (di seguito A.P.) entrare in consultazione con
l’Autorità Competente (di seguito A.C.),  individuata nell’Area VIA della Direzione
Ambiente ai sensi dell’art. 1 c. 20 della L.R. 14/2008, contestualmente all’avvio del
processo di formazione del Documento Preliminare di Indirizzo al P.U.C.G. di cui
all’art. 32 della LR 38/1999 (di seguito D.P.I.), al fine di ricevere indicazioni per la
formulazione del Rapporto Preliminare  (di seguito R.P.) e sulle modalità di
espletamento della procedura.
• L’A.P. redige il D.P.I. e contestualmente il R.P., anche tenendo conto delle indicazioni
eventualmente fornite dalla A.C.
• L’A.P. adotta il D.P.I. ai sensi dell’art. 32 co. 1 della LR 38/1999.
• L’A.P. avvia formalmente la procedura di Valutazione Ambientale Strategica (di
seguito V.AS.) presso l’A.C. trasmettendo il R.P.
• Sulla base dei contenuti del R.P. vengono svolte le consultazioni (fase di scoping)
previste dall’art. 13 co. 1 del D.Lgs.  152/2006 e ss.mm.ii.. Nell’ambito della fase di
scoping la Direzione Regionale Territorio  e Urbanistica interviene quale soggetto
competente in materia ambientale (di seguito S.C.A.), per gli aspetti di compatibilità
urbanistica e paesaggistica, ai fini della definizione della portata ed il livello di
dettaglio delle informazioni da includere nel Rapporto Ambientale.
• L’A.C. chiude la fase di scoping emettendo il Documento di Scoping.
• L’A.P. convoca la Conferenza di Pianificazione di cui all’art. 32 co. 2 della LR 38/1999,
nell’ambito della quale la Direzione Regionale Territorio e Urbanistica si esprime
sulla compatibilità degli indirizzi del PUCG rispetto agli strumenti o agli indirizzi della
pianificazione territoriale e paesistica regionali e provinciali.
• L’A.P. chiude la Conferenza di Pianificazione, tenendo conto delle risultanze del
Documento di Scoping.

L’A.P. elabora ed adotta il P.U.C.G. ed il Rapporto Ambientale (di seguito R.A.)
tenendo conto delle risultanze delle consultazioni, del documento di scoping emesso
dalla A.C. e degli esiti della conferenza di pianificazione.
• L’A.P. provvede alla pubblicazione di cui all’art. 33 della LR 38/1999 e alla
pubblicazione dell’avviso di cui all’art.  14, comma 1 del D.Lgs. 152/06 e ss.mm.ii.
L'avviso dovrà contenere il titolo della  proposta di piano o di programma, il
proponente, l'autorità procedente, l'indicazione delle sedi ove può essere presa
visione del piano o programma e del rapporto ambientale e delle sedi dove è
possibile consultare la sintesi non tecnica.
• Dalla pubblicazione decorrono i termini per le osservazioni (60 giorni) di cui all’art.
33 co. 3 della LR38/1999 (per la procedura di approvazione urbanistica) e di cui
all’art. 14 co. 3 del D.Lgs. 152/2006 (per la procedura di VAS).
• L’A.P. ottempera alle disposizioni di  cui dall’art. 13 co.  5 del D.Lgs. 152/2006 e
ss.mm.ii. e invia il piano all’A.C., comprendente il Rapporto Ambientale ed una sintesi
non tecnica. Contestualmente invia comunicazione dell’avvenuta pubblicazione ai
S.C.A.
• Decorsi i termini per le osservazioni, la A.C., in collaborazione con la A.P., svolge le
attività tecnico-istruttorie  necessarie all’espletamento della fase di valutazione. E’
facoltà della A.C. di convocare i S.C.A. nei casi in cui le modalità di recepimento
delle rispettive osservazioni o specifiche peculiarità pianificatorie ne rendano utile il
loro coinvolgimento. In particolare la Direzione Regionale Territorio e Urbanistica si
esprime per gli aspetti di compatibilità urbanistica e paesaggistica, nel caso in cui il
D.P.I. non fosse stato redatto in modo  sufficientemente esaustivo e si sia reso
necessario rimandare l’espressione di compatibilità ad una fase di approfondimento
successiva.
• Contestualmente la A.P. provvede alle necessarie modifiche e/o revisioni del piano e
del R.A. evidenziatesi nello svolgimento della fase di valutazione.
• La A.C., secondo quanto disposto dall’art. 15 co. 1 del D.Lgs. 152/2006 e ss.mm.ii.,
entro novanta (90) giorni dalla scadenza dei termini per le osservazioni, emette il
Parere Motivato di VAS.
• Successivamente alla emissione del parere  motivato di V.A.S. l’A.P. procede alla
convocazione della Conferenza di Copianificazione di cui all’art. 33 co. 5 della LR
38/1999.
• L’A.P. procede alle opportune revisioni del piano, secondo quanto previsto all’art. 15
co. 2 del D.Lgs. 152/2006, prima della conclusione della Conferenza di
Copianificazione e della sottoscrizione dell’accordo di cui all’art. 33 al co. 9 della LR
38/1999, finalizzato all’approvazione del piano. Le revisioni e/o modifiche del piano
dovranno tenere conto delle formulazioni del parere motivato e coerentemente ad
esso essere formulate.

Le Amministrazioni, per i cui documenti preliminari di indirizzo dei PUCG la
Conferenza di Pianificazione risulta tuttora in corso, dovranno avviare la VAS e svolgere le
consultazioni (fase di scoping) prima della conclusione della suddetta conferenza; mentre le
Amministrazioni che hanno già acquisito i pareri sui documenti preliminari di indirizzo dei
PUCG e concluso la Conferenza di Pianificazione, dovranno avviare la VAS e svolgere le
consultazioni (fase di scoping) prima di procedere alla formazione del PUCG.
IL DIRETTORE
DIREZIONE AMBIENTE
IL DIRETTORE
DIREZIONE TERRITORIO E URBANISTICA
(Ing. Giuseppe Tanzi) (Arch. Demetrio Carini)
L’ASSESSORE
ASSESSORATO ALL’ AMBIENTE E SVILUPPO SOSTENIBILE
L’ASSESSORE
ASSESSORATO ALLE POLITICHE DEL TERRITORIO
(Marco Mattei) (Luciano Ciocchetti)

Schema delle procedure

Liberalizzazione delle professioni luglio 2011

La bozza di legge delega sulla “liberalizzazione” delle professioni del Governo di
Silvio Berlusconi, così come le passate azioni e le odierne ripetute affermazioni
del leader dell’opposizione Pierluigi Bersani e gli appelli del Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, conducono tutte ad uno stesso esito: lo snaturamento delle libere professioni.
L’obiettivo non sono gli Ordini che, pur con i limiti umani delle persone che li rappresentano, sono eletti democraticamente, forniscono un servizio a tutta la comunità a spese dei propri iscritti, sono istituzioni dello Stato che operano al di fuori di quelle logiche di partito che tanto danno stanno facendo al Paese.
L’obiettivo sono i nostri mestieri, mestieri liberi, intellettuali, radicati nella storia e nel
reale, capaci di darci il pane mentre adempiamo un servizio utile ai cittadini.
Ma il progetto del mondo politico italiano non è investire nelle idee, nel talento e
nelle capacità tecniche degli architetti italiani o delle altre professioni intellettuali:
da oltre quindici anni la nostra classe politica, senza alcuna conoscenza della realtà
del nostro mestiere e presa da un cieco
furore ideologico o strumentale pervicacia, agisce con iniziative che danneggiano
i cittadini e l’habitat.
L’abolizione dei minimi tariffari, senza adeguati correttivi, ha reso normali ribassi
dell’80% sulle parcelle, sfruttando la condizione di crisi e le sempre più drammatiche
difficoltà economiche dei professionisti italiani. Le regole puramente economiche sull’assegnazione degli incarichi nei lavori
pubblici hanno emarginato ed espulso dal mercato i giovani e i “piccoli”, contro ogni
criterio di merito; la scelta di escludere i professionisti da alcun sostegno fiscale o di
credito nella crisi ha danneggiato, forse irreparabilmente, le fasce più deboli: giovani e
donne.
Gli architetti italiani, che non hanno alcuna barriera all’accesso né limitazioni territoriali né impedimenti alla pubblicità, hanno chiesto di costituire le società tra professionisti ma è stato loro negato; di costituire reti
interprofessionali, ma non vi sono le norme che lo permettono; di avere incentivi fiscali
all’innovazione e all’internazionalizzazione, senza risultato.
Qualunque altro Paese del mondo sarebbe pronto ad investire sulla creatività e capacità
di chi ha realizzato il “made in Italy”, di chi è pronto a mettersi in gioco con tenacia e senza paracaduti sociali, dei giovani talenti che invece vanno altrove, dove le idee sono la fonte dello sviluppo.
L’unico obiettivo della politica italiana sembra invece riposto nello smontare un sistema professionale che, pur con i suoi difetti,
è fondato su pochi saldi principi di civiltà:
l’etica professionale, la rappresentanza eletta
democraticamente, la missione di difendere
i principi costituzionali di salvaguardia dell’ambiente e promozione della cultura, la
difesa dell’utente finale.
Si vuole imporre alla nostra libera professione
di architetti il modello industriale e finanziario, con società anonime fuori dal controllo
etico, con strutture che concorrono sulla base
dei fatturati e non dei progetti, con organizzazioni di matrice industriale piuttosto che
cooperativa che controllano il libero lavoro
intellettuale, con approcci vetero-industriali
che la Rete – così consona al nostro lavoro –
ha mandato in soffitta da tempo.
Si vuole confondere la prestazione intellettuale e la commercializzazione del prodotto,
come si è fatto – unici in Europa – con l’appalto integrato, con buona pace della difesa
del consumatore.
Gli architetti italiani rifiutano questo
approccio e questo metodo, incivile e antieconomico: noi da tempo abbiamo avviato
il processo di adattamento al mercato globale e vogliamo, anzi pretendiamo, il rispetto
dovuto a chi impegna il proprio intelletto e le proprie risorse tecniche ed economiche
per contribuire allo sviluppo sostenibile dell’Italia, senza mai aver avuto il sostegno
economico o fiscale dello Stato, pagandoci le nostre pensioni, impegnandoci con passione non solo a sbarcare il lunario, ma a difendere il paesaggio e a migliorare la qualità dell’habitat.
Gli architetti italiani invitano tutte le persone che siedono nelle istituzioni a togliersi
gli occhiali ideologici, leggere la realtà vera
del mondo professionale (www.awn.it/AWN
/Engine/RAServeFile.php/f/News_CNAPPC/RAPPORTO_CRESME.pdf), confrontarsi sulle prospettive di attività che sono fondamentali per il PIL e per il benessere ambientale del Paese e investire sul
talento, le idee, la tecnica con cui costruire il futuro. Perché ri-formare vuol dire riprogettare, non distruggere.
Perciò diciamo al Parlamento che per fare la riforma bisogna:
• Rendere il mercato realmente aperto all’affermazione del merito, smontando
tutte le norme che mediante i valori di fatturato o le misure della quantità del lavoro
svolto impediscono ai giovani talenti di affermarsi.
• Rendere possibili le società interprofessionali, composte da iscritti agli Albi e l’attivazione di reti professionali italiane ed estere.
• Incentivare la ricerca e l’innovazione negli Studi, promuoverli sui mercati internazionali.
• Riaffermare e sostenere il ruolo dell’etica professionale, unico principio di civiltà capace di regolare il mercato
Gli architetti italiani vogliono mantenere le loro idee e le loro matite libere dai condizionamenti di un sistema, come quello che ci vogliono imporre, basato esclusivamente sul conseguimento del risultato economico:
vogliamo continuare a credere che possiamo predisporre progetti che faranno vivere
un po’ meglio le persone e contribuiranno al benessere dell’Italia, anche se ciò non
rientra nei programmi di un responsabile finanziario aziendale.
Roma, 4 luglio 2011

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Risparmio energetico: pubblicate le UNI/TS 11300 sulle prestazioni energetiche degli edifici
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