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mercoledì 24 agosto 2011

Progettare la città che si spopola


Non si arresta la crescita delle megalopoli, ma centri come Milano e Detroit decrescono. Una pianificazione efficiente per arginare la deregulation

In una conferenza a Torino nel 1935 Edoardo Persico, il più illuminato dei critici di architettura italiana degli anni Trenta, terminava l’analisi delle ragioni critiche del razionalismo, non solo italiano, con l’identificazione dell’architettura della modernità come «Sostanza di cose sperate ».
Cosa dire invece oggi dello stato di vorticosa produzione di ingombranti provvisorietà dell’architettura dei nostri anni, a confronto con quella luminosa identificazione di settantacinque anni or sono? Forse solo sostanza di cose disperate.
Si tratta di ingombranti provvisorietà che purtroppo diverranno molto al di là della loro intenzionalità (le opere di architettura, si sa, sono molto costose) soprattutto testimonianze dell’anticittà dei nostri anni, della negazione di ogni disegno urbano, rovine di una dimenticata competizione di offerte mercantili delle postmetropoli e delle loro architetture. Se immaginiamo per un momento lo sguardo di un archeologo degli anni Tremila che vuole ricostruire il senso dell’architettura di questo ultimo trentennio o di un Vernant del quarto millennio che voglia cercare di immaginare la nostra società, i suoi valori e le sue regole, sarà per lui un compito assai difficile ricostruire le contraddittorie ragioni delle cose che in rapida successione politici, architetti e speculazione edilizia hanno prodotto. Soprattutto dopo le contraddittorie giravolte di principi e di forme prodotti dagli archistar dell’epoca nostra che, dopo aver dichiarato prima che i nemici dell’architettura erano la storia, il contesto e gli ideali tessendo le lodi della città generica del consumo, nei nostri anni astutamente si mostrano pentiti di fronte alle spinte ambientaliste ridotte a moda.
Una grande mappa di Milano allestita in Fiera per «Progetto città» (Foto Europress). In quarant’anni, Milano è passata da 1.700.000 a 1.200.000 abitanti. L’ultimo Pgt (Piano generale territoriale) prevede un aumento di 300.000 abitanti nei prossimi anni
Una grande mappa di Milano allestita in Fiera per «Progetto città» (Foto Europress). In quarant’anni, Milano è passata da 1.700.000 a 1.200.000 abitanti. L’ultimo Pgt (Piano generale territoriale) prevede un aumento di 300.000 abitanti nei prossimi anni
Potrebbe forse, a questo punto, venire in soccorso di quegli studi del quarto millennio il caso di Detroit (di recente descritto su un quotidiano in un testo di Federico Rampini), della gestione esemplare in chiave ambientalista, di una possibile ricostruzione di Detroit che ha più che dimezzato in cinquant’anni la sua popolazione (passando da 1.850.000 ai 713.000 di oggi). Il progetto propone di approfittare della attuale condizione per immaginare una formula di a-crescita (un-growth) da presentare come modello insediativo per le città importanti del duemila fondato sulla discontinuità delle parti, favorita dall’abbandono di altre parti urbane. A che tipo di attività economiche sia affidata la sopravvivenza degli abitanti, che certo non può essere fondata sul reddito degli spazi abbandonati che si pensano dedicati all’agricoltura all’interno della città, questo non è ancora chiaro. Certo il restringimento di alcune città è un fenomeno diffuso ed è accentuato dalla deterritorializzazione delle industrie e dal loro declassamento da parte del capitalismo finanziario globalizzato trionfante che, insieme ad altri problemi come il costo dell’abitare nella grande città e l’aumento dei city users, ne hanno determinato talvolta il declino; specie nei Paesi cosiddetti avanzati. Un nobile caso storico di decrescita fu, come è ben noto, l’antica Roma: la diminuzione della sua popolazione da un milione a diciassettemila abitanti si operò nell’Alto Medioevo in poco più di un secolo. Anche nel modesto caso di Milano si è passati, per ragioni analoghe, in quarant’anni, da 1.700.000 a 1.200.000 abitanti: con buona pace del nuovo Pgt che ne pretende l’infondato aumento di 300.000 abitanti nei prossimi anni.
Naturalmente sembra difficile applicare oggi questa regola alle postmetropoli da 20/30 milioni di abitanti (da Tokyo a Mumbai, dal Cairo a Shanghai, da Istanbul a San Paolo o a Città del Messico o a Lagos) che devono invece seguitare (almeno per ora) a difendersi dall’aumento di popolazione e che però sono largamente incapaci di un’organizzazione spaziale riconoscibile, efficiente e adatta alla vita quotidiana. Per molte di queste città si tratta di un inurbamento spinto dall’estrema povertà delle campagne di quei Paesi e dal mito delle possibilità offerte dalla grande città. Certamente quello di affrontare il decremento relativo per mezzo della dispersione organizzata delle parti è un tentativo interessante, anche se si tratta di un’idea che ha più di una cinquantina d’anni di vita, predicata e mai pianificata nelle sue varie forme. O meglio tali forme organizzate sembrano essere considerate nemiche di ogni libertà (intesa come assenza di impedimenti anziché come progetto) a cui si deve applicare l’ideologia della «deregolazione », simbolo della rinuncia volontaria a qualsiasi ipotesi di futuro civile.
Tale ipotesi dovrebbe investire, oltre al costruito, le relazioni con l’intero paesaggioantropogeografico del territorio circostante, con un disegno della città e delle sue parti, che le loro architetture e gli spazi fra esse potrebbero proporre. Ciò che sarebbe necessario per utilizzare positivamente i processi della decrescita sarebbe però anzitutto riuscire a immaginare una società più equa e solidale (due cose che possono essere accusate di genericità ma che sono premesse indispensabili) e pensare a una nuova proposta di regolazione positiva di un paesaggio antropogeografico: urbano e naturale insieme. Rendere cioè conoscibile e organizzabile il paesaggio per mezzo dell’architettura.
Vittorio Gregotti
24 agosto 2011

martedì 23 agosto 2011

Inurbamento ed espansione delle città: a rischio uomo e ambiente

L'espansione lungo le coste pone importanti questioni riguardanti l'esposizione a eventi come alluvioni, tsunami, uragani e altri disastri ambientali


La tumultuosa crescita delle città in tutto il mondo prevista per i prossimi decenni rappresenta un significativo rischio sia per l'uomo sia per l'ambiente globale: è quanto ha concluso una nuova metanalisi pubblicata sulla rivista online ad accesso libero PlosOne.

I ricercatori delle Università di Yale, dell'Arizona State, della Texas A&M e di Stanford, autori dello studio, prevedono che entro il 2030 le aree urbane si espanderanno di circa 1,5 milioni di chilometri quadrati, pari all'incirca alla superficie della Mongolia, per accogliere 1,47 miliardi di persone inurbate.

“Il lato peggiore della faccenda è che le città si svilupperanno probabilmente in aree ad alta biodiversità, come foreste, hotspot biologici, savane e zone costiere, insomma in zone estremamente vulnerabili dal punto di vista ambientale”, ha spiegato Karen Seto, primo autore dell'articolo.

In particolare, hanno notato gli studiosi, l'espansione delle città è stata rapida lungo le coste.

“Il fenomeno pone importanti questioni riguardanti l'esposizione a eventi come alluvioni, tsunami, uragani e altri disastri ambientali”, ha aggiunto la Seto.

Lo studio rappresenta la prima stima di quanto velocemente le aree urbane stiano crescendo a livello globale e di quanto possano crescere in futuro” ha proseguito la ricercatrice. “Sappiamo molte cose sugli schemi globali della crescita mondiale della popolazione, mentre sappiamo molto meno sulla dinamica di crescita delle aree urbane. le variazioni della superficie di territorio associate all'urbanizzazione sono all'origine di molte trasformazioni ambientali, dalla perdita di habitat alla conversione a del terreni agricoli fino ai cambiamenti climatici locali e regionali”.

I ricercatori hanno esaminato studi che hanno utilizzato rilevazioni da satellite per mappare la crescita delle aree urbane dal 1970 al 2000, determinando che essa ammonta a circa 58.000 chilometri quadrati in tale periodo.

“Si tratta di una cifra enorme anche se probabilmente sottostimata”, ha sottolineato la Seto. “Abbiamo trovato che 48 delle aree più popolate sono state studiate utilizzando dati satellitari con risultati pubblicati su riviste peer-review. Ciò significa che stiamo ricostruendo parlando di non più della metà delle più grandi città del mondo”.

Non manca infine un accenno alle dinamiche sociali alla base della crescita delle città: in Cina, per esempio, metà dell'espansione è trainata dalla crescita della classe media, mentre in India e in Africa le dimensioni delle città sono determinate dalla crescita della popolazione in termini assoluti. “L'aumento dei redditi si traduce in una crescente domanda di abitazioni più grandi e terreno per lo sviluppo umano, un fenomeno che ha enormi implicazioni per la conservazione della biodiversità, per la perdita di 'pozzi di assorbimento del carbonio' e per l'utilizzazione dell'energia”. (fc)


Fonte Repubblica.it 22.8.2011



lunedì 22 agosto 2011

Le ragioni della partecipazione nei processi di trasformazione urbana


Il giorno 22 gennaio è stata presentata, nel corso di una tavola rotonda, presso la biblioteca del CNEL, la ricerca che l' Ufficio Uspel ha commissionato alla Società Ecosfera dal titolo "Le ragioni della partecipazione nei processi di trasformazione urbana - I costi dell'esclusione di alcuni attori locali".Lo scopo della ricerca è quello di fornire un quadro dello stato dell'arte sulle esperienze di partecipazione condotte in campo nazionale ed internazionale e avviare una riflessione sui costi diretti e indiretti dei casi in cui si escludono importanti attori del territorio.La ricerca riveste un carattere decisamente innovativo: nella prima parte fornisce un'esauriente rassegna dei metodi e delle principali esperienze di 
progettazione partecipata soprattutto in ambito internazionale (action planning, urban center, Oregon model, ecc.);nella seconda parte analizza 5 casi di "planning disaster", ovvero casi di pianificazione che non hanno raggiunto gli obiettivi previsti, principalmente per non aver coinvolto, o averlo fatto in modi e tempi errati, alcuni attori del territorio nel processo decisionale. La terza ed ultima parte rappresenta un'introduzione al tema delle indicazioni per la promozione attiva della partecipazione. Hanno partecipato alla Tavola rotonda: - Paolo Avarello - Presidente Istituto Nazionale di Urbanistica - Domenico Cecchini - Assessore alle Politiche dle Territorio del Comune di Roma - Paolo Desideri - Esperto Ministero del Tesoro - Duilio Gruttadauria - Presidente Ecosfera - Claudio Falasca - Consigliere Cnel - Paolo Pitrangeli - Assessore alla Partecipazione del Comune di Roma - Mario Spada - Direttore Uspel - Comune di Roma - Giancarlo Storto - Segretario CER - Ministero LLPP - Chairman Alberto Abruzzese - Università degli Studi di Roma "La Sapienza" Atti 
Parte 1 (1.037kb) 

Parte 1 A: Introduzione 
Parte 1 B: La lenta diffusione di approccio partecipativo nelle trasformazioni urbane 
Parte 1 C: Ragioni pratiche, non solo ideologiche 

Parte 2 (1.463kb) 

Parte 2 A: Casi studio: cinque piccoli e grandi "planning disasters" italiani 
Parte 2 B: I costi di approccio non inclusivo 
Parte 2 C: Vincoli ed ostacoli alla diffusione della partecipazione 

Parte 3 (105kb) 

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Risparmio energetico: pubblicate le UNI/TS 11300 sulle prestazioni energetiche degli edifici
fonte UNI
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Tutta la documentazione di approfondimento, compresi i decreti ministeriali attuativi delle Finanziarie 2007 e 2008 con le istruzioni dettagliate per fruire degli incentivi. Le risposte - elaborate a seguito di un attento esame delle Finanziarie e dei decreti attuativi - rappresentano la valutazione degli esperti ENEA
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