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sabato 9 maggio 2009

Risparmio energetico e 55%


Comunicazione sì, ma solo se i lavori durano per più anni d'imposta. L'agenzia delle Entrate ha pubblicato il modello che i contribuenti dovranno inviare per sfruttare la detrazione del 55% sul risparmio energetico. Il provvedimento – previsto dal decreto anticrisi – era atteso da tempo. Alla prova dei fatti, però, il nuovo adempimento riguarderà solo una minoranza dei contribuenti che effettuano interventi di riqualificazione energetica. Per tutti gli altri le regole rimarranno le stesse.

Cinque rate. La comunicazione alle Entrate deve essere inviata per i lavori che proseguono oltre il periodo d'imposta, per comunicare le spese sostenute negli anni precedenti a quello in cui i lavori sono terminati. Facciamo qualche esempio. Se il signor Rossi inizia i lavori quest'anno e li finisce entro il prossimo 31 dicembre, non ci sono cambiamenti rispetto alle regole attualmente in vigore. Rossi dovrà inviare la comunicazione al sito internet dell'Enea entro 90 giorni dalla conclusione dell'intervento e potrà detrarre il 55% delle spese sostenute nel 2009 in cinque rate annuali di identico importo. Niente comunicazione alle Entrate, dunque.

Lavori «a cavallo». La novità riguarda coloro che iniziano i lavori nel 2009 e li finiscono nell'anno successivo. Immaginiamo che il signor Verdi paghi un acconto a settembre di quest'anno e versi il saldo solo ad aprile del 2010, dopo la conclusione dei lavori. Secondo le nuove regole, Verdi dovrà comunicare alle Entrate le spese che ha sostenuto nel 2009. Dovrà usare il modello predisposto dall'Agenzia e l'invio dovrà avvenire in via telematica entro il 31 marzo 2010. Mentre la comunicazione all'Enea andrà fatta entro 90 giorni dalla fine dei lavori.
I documenti utili per i lavori di riqualificazione energetica
Casi particolari. continua su ilsole24ore.com

venerdì 8 maggio 2009

GreenBuilding


Edifici costruiti studiando accuratamente il microclima in cui vengono realizzati, senza climatizzazione e con circolazione naturale dell’aria per il raffrescamento, che sfruttano la luce del sole per l’illuminazione degli interni e che producono almeno tanta energia quanta ne consumano.

Dovranno essere così gli edifici che si costruiranno nei prossimi anni se vogliamo raggiungere gli obiettivi di efficienza energetica, uso delle rinnovabili e riduzione delle emissioni di gas serra. Questo il messaggio lanciato oggi dal convegno di apertura di GreenBuilding (Solarexpo) di Verona, dal titolo “NextBuilding. Advances in next-generation building technologies & design”.

«Se l’edilizia esistente, un vero e proprio colabrodo dal punto di vista dell’efficienza energetica, è paragonabile ad giacimento energetico nascosto, pari a tutte le risorse italiane di gas naturale, la nuova edilizia - ha spiegato Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e Presidente di Exalto nell’introdurre l’incontro - è sul punto di spiccare un balzo in avanti verso la sostenibilità, guidata anche da nuove illuminate politiche introdotte a livello di Unione Europea ma anche a livello di singoli governi».

L’esempio più avanzato è quello inglese: in Gran Bretagna dal 2016 tutti i nuovi edifici residenziali (e dal 2019 quelli commerciali) dovranno essere a emissioni zero. Il 31 marzo scorso la Commissione Industria del Parlamento Europeo ha dato indicazione che dopo il 2019 si prescriva che tutti i nuovi edifici siano “carbon neutral”. Ora altri paesi si apprestano a seguire l’esempio inglese. L’edilizia dunque è a un punto di svolta epocale.

«Occorre ripensare il modo di costruire», ha spiegato Thomas Herzog, architetto e preside della Facoltà di Architettura di Monaco. E quanto grande sia il fermento creativo e quali le innovazioni tecniche dietro a questo ripensamento, gli architetti intervenuti a NextBuilding l’hanno spiegato ampiamente. Un caso per tutti è Soka Bau, il progetto che Herzog ha illustrato ai 420 partecipanti: un complesso (di proprietà del fondo pensione degli edili tedeschi) con una superficie di 70mila metri quadri nel Wisenbaden che consuma circa 80 kWh a metro quadro, mentre la media nazionale è di circa tre volte superiore. Qui Herzog ha potuto mettere in pratica i principi della sua architettura “ri-pensata”, organicista, flessibile, integrata il più possibile con l’ambiente che la ospita. Innumerevoli le innovazioni messe in campo: dal sistema di ventilazione naturale a quello di illuminazione che con un sistema di specchi sfrutta la luce del sole, fino alla sperimentazione di un tipo di vetro che diventa schermante con l’aumentare della temperatura, mentre lascia passare la luce quando è freddo. Continua su lastampa.it

giovedì 7 maggio 2009

che cos'è?


L'edificio in questa immagine cosa possiamo pensare che sia?
un teatro, le Poste centrali, gli uffici delle tasse, una banca, ...

Resto del post

Terremoto, 300 milioni per interventi su i monumenti


Per riparare la duecentesca basilica di Collemaggio, orgoglio e simbolo dell'arte aquilana, ci vorranno almeno 16 milioni di euro e cinque anni di lavoro. Per la quattrocentesca San Bernardino e la sua cupola sventrata, 20 milioni di piu' e il doppio del tempo. Senza parlare del Forte Spagnolo, quello che il premier Berlusconi si augura venga preso in carico dalla Spagna di Zapatero: per questa meraviglia, che pure sopravvisse anche al disastroso terremoto del 1703, si dovranno spendere - contano i tecnici - almeno 50 milioni di euro, con lavori che si prevede possano durare otto anni. Sfiora i 300 milioni di euro, poco piu' poco meno, la Lista di nozze che il governo italiano conta di presentare al piu' presto agli amici, paesi stranieri e fondazioni private, che hanno offerto il loro aiuto per l'arte d'Abruzzo ferita dal terremoto. Nell'elenco, 44 gioielli, che ora attendono di essere adottati, almeno in parte, dai piu' generosi. Stranieri ma non solo, perche' anche gli italiani possono offrirsi di aiutare rispondendo alla campagna di solidarieta' lanciata dal ministero dei beni culturali, alle prese con un disastro senza pari da affrontare con un bilancio ridotto al lumicino dai tagli feroci della legge finanziaria. La lista e' il primo passo. Un elenco di irrinunciabili, di fiori all'occhiello cui e' prioritario provvedere. E per i quali, insieme alla stima dei danni e dei tempi necessari per il restauro, e' pronto il preventivo della spesa. Obama, Sarkozy, Medvedev, Gordon Brown, avranno di che scegliere.

Sapendo che per rimettere in piedi il Palazzo della Prefettura, sbriciolato la notte del 6 aprile dalle scosse del sisma, serviranno almeno 27 milioni con un intervento che impegnera' come minimo cinque anni.
E che poco meno, 25 milioni di euro, si prevede costera' il restauro del Palazzo che ospitava la biblioteca provinciale, grandiosa costruzione firmata a fine Ottocento dal progettista Alessandro Mancini. Decisamente impegnativa (e le indiscrezioni dicono che sarebbe questo il dono suggerito a Obama) la ristrutturazione della Cattedrale e del Palazzo Vescovile, di proprieta' della Curia: ricostruita gia' una volta dopo il terremoto del 1703, la cattedrale duecentesca intitolata ai santi Massimo e Giorgio ha bisogno di 14,5 milioni di euro, a cui se ne devono aggiungere altri 19,2 per rimettere in piedi l'attiguo palazzo vescovile.
Molto meno, ma sempre una bella cifra (6,5 milioni di euro) servira' per riportare alla sua primitiva bellezza la Chiesa di Santa Maria del Suffragio, detta delle anime sante, sempre nel centro dell'Aquila.
Almeno 5,8 milioni serviranno per la Chiesa di Santa Giusta all'Aquila, 4,5 per Santa Maria di Paganica, sempre all'Aquila, 1,5 per San Pietro a Coppito. Ma niente paura: come in ogni lista di nozze ben fatta, accanto ai pezzi piu' costosi, ci sono quelli, ugualmente di prestigio, con costi piu' contenuti. E' il caso ad esempio dell'imponente abbazia di San Clemente a Casauria, gioiello fra i piu' amati e i piu' antichi della terra d'Abruzzo, fatto costruire come ex voto nell'871 dall'imperatore Lodovico II. Pesantemente danneggiata, potra' essere recuperata con una spesa in fondo 'modesta': 1,3 milioni per la Chiesa, 330 mila euro per il palazzo.
fonte: demaniorere.com

mercoledì 6 maggio 2009

Riqualificazine dell'area del Policlinico di Perugia


Iniziata la demolizione del vecchio policlinico di Monteluce, ormai da mesi definitivamente svuotato di tutte le funzioni ospedaliere. E' partita cosi' l'operazione che cambiera' il volto e l'identita' del quartiere ma che piu' in generale interessa tutta la citta'. Portera' alla nascita di un nuovo quartiere, funzionale, moderno e di qualita', a partire dal progetto dello studio Bolles e Wilson vincitore del concorso internazionale.
Studio: BOLLES+WILSON
Progettisti: Julia B Bolles, Peter Wilson
Committente: Comune di Perugia

Progetto:2006
Link: www.bolles-wilson.com www.bolles-wilson.de/Monteluce


L’idea di Bolles+Wilson è quella di creare una coreografia urbana, una sequenza di spazi pubblici collegati uno all’altro dalla chiesa di Santa Maria di Monteluce al nuovo parco d’Este.

Percorrendo il complesso, si accede a una prima piazza attraverso l’originario portale del convento. La vista frontale incontra un padiglione ospedaliero, l’unico conservato al fine di ospitare gli uffici dell’ASL, attraverso il quale viene ricavato un passaggio verso la piazza successiva. Un piccolo bar/caffetteria trova collocazione al centro dell’apertura, arricchendo la coreografia spaziale con raffigurazioni di vita quotidiana.
Il lato nord della prima piazza è occupato da un edificio polifunzionale. Gli uffici situati ai piani alti offrono, grazie alla loro panoramicità un luogo di lavoro piacevole e prestigioso. Sotto gli uffici, al livello della piazza, sono presenti alcuni piccoli esercizi commerciali ed un supermercato di quartiere. A sud, collegato con la parte restante del monastero, si trova un hotel con una vista spettacolare sul paesaggio collinare e sullo skyline della città. L’hotel si compone di alcuni corpi che degradano lungo il pendio collinare senza superare in altezza il campanile del monastero; il piano terra ospita un ristorante, terrazze con spazi esterni e piscine che si confondono nell’orizzonte collinare. Un padiglione per le conferenze, collegato all’hotel, completa il lato sud della piazza e le vedute lungo la valle in direzione di Assisi, riproponendo una sequenza di spazi chiusi e viste panoramiche caratteristica di Perugia. continua su edilportale.com

lunedì 4 maggio 2009

Gli architetti e i musei


MARIO VARGAS LLOSA

Visitare nella stessa settimana due grandi musei europei alla ricerca di testimonianze delle culture del Congo e dell’Amazzonia può riservare al visitatore insospettate lezioni sulla civiltà del nostro tempo e sul modo in cui in essa, senza che nessuno l’abbia deciso e neppure l’abbia ben capito, si sia via via verificata questa sostituzione tra sostanza e forma - tra contenuto e contenitore - che in un passato remoto sarebbe stata immaginabile solo attraverso la magia, il patto diabolico o il miracolo. Oggi a rendere possibile questo prodigio non sono, a quanto pare, né maghi, né diavoli, né santi, ma solo il narcisismo e la superficialità.

Il Real Museo dell’Africa Centrale sorge a Tervuren, a circa 15 chilometri da Bruxelles, in un parco da sogno, attorniato da boschi che in questa mattina di primavera fremono di fronde e di canti e voli d’uccelli multicolori. Ai piedi dell’edificio c’è un grande stagno circolare e laghetti artificiali: qui, durante l’Esposizione Universale del 1897, Leopoldo II mise in mostra alcuni congolesi in carne e ossa arrivati dal suo vasto impero africano con relative capanne e tatuaggi e lance e tamburi. Furono la maggior attrazione dell’evento, ma nove di essi non si adattarono al clima e morirono di polmonite.

Il sovrano belga - lì c’è la sua imponente statua con tanto di barba ben pettinata - voleva che questo museo offrisse un’immagine di potere e di orgoglio del tutto giustificati (non era forse lui il proprietario del Congo, ricchissimo dominio grande 97 volte il suo paese?) e dette l’incarico di realizzarlo all’architetto francese Charles Girault che aveva disegnato il Petit Palais di Parigi. Il risultato è stato «versaillesco», monumentale e magnifico, anche se il passare del tempo e gli alti e bassi della storia hanno attualmente inflitto a questo presuntuoso edificio un’aria un po’ Kitsch. Mi dicono che, nonostante la sua smisurata vastità, il museo presenti solo il dieci per cento delle sue raccolte. Anche così, comunque, quel che splende nelle sue teche e nelle sue sale è tantissimo ed esposto in maniera intelligente e con gusto. Le didascalie e i pannelli sono eloquenti e la ricchezza delle collezioni di maschere, armi, strumenti musicali, utensili, abiti, acconciature, e persino la gigantesca piroga scavata in un tronco d’albero che può ospitare un centinaio di rematori, danno un’idea straordinaria della varietà delle culture centro-africane. L’amico che mi accompagna, uno storico che ha compiuto ricerche negli archivi del museo, mi garantisce che la biblioteca con i suoi libri e i suoi documenti sull’Africa Centrale è la più ricca del mondo.

C’è un elemento che sorprende, soprattutto se si visitano i settori che ricordano le fasi durante le quali il Congo è stato proprietà personale di Leopoldo II (1885-1908) e colonia dello Stato belga (1908-1960): a differenza di quanto accade in altri musei europei in cui le antiche potenze colonizzatrici hanno cancellato i segni della colonizzazione vergognandosi della loro stagione imperialista, in quest’esposizione è ancora presente, senza infingimenti e senza complessi, la vecchia concezione di un’Europa che conquistava paesi lontani con l’intento di civilizzarli e di guidarli all’emancipazione. Ci sono allusioni al cannibalismo e alla tratta degli schiavi praticata dagli arabi di Zanzibar - piaghe dalle quali i belgi avevano allora affrancato i congolesi - e foto di missionari che predicano il Vangelo a schiere di africani nudi e inginocchiati. È vero che si può vedere qualche mano mozzata e qualche schiena frustata, ma sono in mostra anche gli «atti eroici» della Force Pubblique che reprime i tentativi di ribellione degli indigeni. Non un solo accenno, è chiaro, ai dieci milioni di congolesi che, secondo lo storico Adam Hochschild, sono morti per i maltrattamenti e nello sfruttamento delle piantagioni di caucciù e delle miniere.

Ma non è questo che, nelle due ore e mezzo di visita, mi disturba senza sosta impedendomi di gustarmi come vorrei questa formidabile varietà di oggetti esposti. È il fatto che il museo, mentre mostra le proprie raccolte, mette troppo in mostra se stesso. Le cupole, le vetrate, le modanature, i lampadari, le tende, gli specchi smussati si frappongono in modo continuo e sfacciato tra il visitatore e ciò che, in teoria, è la ragion d’essere dell’edificio: rivelare la realtà storica, geografica, culturale ed etnologica del Centro Africa. Colpevole di questa intromissione esibizionistica non è solo l’architetto Girault: costui obbediva alle indicazioni del committente, un re messianico e megalomane che, attraverso il museo, voleva promuovere le sue gesta e pavoneggiarsi al cospetto dei posteri. Ma, contemporaneamente e senza rendersene conto, chi disegnava il Petit Palais e il Museo Reale dell’Africa Centrale ha inaugurato quella tendenza a privilegiare nuove sensibilità e nuovi valori estetici che, in ogni angolo dell’Europa Occidentale, ha spinto gli artisti a diventare protagonisti delle proprie opere: capovolgendo così l’antichissima vocazione dell’arte e della cultura secondo cui chi crea deve restare nascosto dietro la sua realizzazione in modo che questa possa risplendere al meglio e brillare di luce propria.

Non era che l’inizio d’una evoluzione dalla quale, nel volgere di pochi decenni, sarebbe derivato un curioso cambiamento: quello per cui un’opera d’architettura, ad esempio, si è trasformata più o meno in un autoritratto, un’architettura d’autore, un’arte esibizionista e narcisista in cui i musei, come i ministeri, i ponti e persino le piazze hanno soprattutto il compito di richiamare l’attenzione non su ciò che ospitano nelle proprie sale o su quello per cui si suppone siano stati edificati, ma sui costruttori, sul loro estro e la loro audacia.

A riprova di ciò basta fare un giro al Museo delle Prime Arti e delle Civiltà di Africa, Asia, Oceania e Americhe, come si chiama il museo del Quai Branly a Parigi. Doveva chiamarsi «delle Arti primitive», ma il politicamente corretto ha tempestivamente bloccato questa definizione «etnocentrica». Con questo museo Jacques Chirac volle immortalare il ricordo di sé, come Pompidou ha immortalato il proprio con il museo che porta il suo nome e Mitterrand con la Biblioteca Nazionale i cui quattro edifici assomigliano a quattro libri aperti messi in verticale e la cui più profonda originalità consiste nel fatto che le sale di lettura sono nei sotterranei e i libri ai piani alti, protetti con costose gelatine dai guasti della luce solare. Ma, a differenza di questi ultimi, Chirac non è riuscito a raggiungere completamente il suo sogno d’eternità museale, perché l’unico personaggio immortalato dal Museo del Quai Branly è il suo ideatore, l’architetto Jean Nouvel, il più moderno di tutti gli architetti moderni, visto che ogni sua opera è sempre uno spettacolo straordinario.

Nel Museo del Quai Branly, Jean Nouvel supera se stesso per il segno personale che ha lasciato impresso nell’edificio e che supera di gran lunga quello che si nota in altre sue famose realizzazioni come l’Istituto del Mondo Arabo a Parigi, la Torre Agbar di Barcellona o l’ampliamento del Museo Reina Sofia di Madrid. Senza paura di esagerare, del Museo del Quai Branly si può dire che, se si togliessero dall’interno i 3500 pezzi etnologici e artistici, l’edificio non perderebbe nulla perché, per quanto mostra e rappresenta, ciò che contiene è indifferente, se non superfluo. Al di là delle minuziose spiegazioni e giustificazioni contenute nel catalogo, la verità è che questo bel monumento - è bello, senza dubbio - accaparra talmente l’attenzione del visitatore con il suo lungo e sinuoso corridoio ombreggiato, la foresta artificiale da cui è circondato, le labirintiche sale quasi buie dove emergono come fiammate di luce le nicchie, le cellette in cui sono posti gli oggetti, che questi sfumano: scompaiono trasformati in particolari da cui si può prescindere, travolti da un contesto spettacolare che, con audacie, sorprese, ammiccamenti, bravate, civetterie e sguaiataggini assorbe così tanto lo spettatore da non concedergli né il tempo né la libertà di gustare altro se non la rappresentazione che il museo dà di se stesso.

I buoni musei sono invisibili, come i buoni maggiordomi. Esistono solo per dare rilievo e fascino a ciò che espongono, non per esporre se stessi e schiacciare con il loro istrionismo i quadri, le sculture, le installazioni o gli oggetti che ospitano. Le prove? Ancora ne esistono, reminiscenze d’un passato in via d’estinzione. Per esempio, due musei d’arte moderna di Renzo Piano: quello disegnato per la collezione Du Menil, a Houston, e il museo d’Arte Moderna della Fondazione Bayeler, in Svizzera. In entrambi, gli spazi puliti, l’atmosfera serena e prudente stimolata dalla semplicità del disegno e dalla discrezione dei materiali consentono al visitatore di concentrarsi sulle opere e di instaurare con esse un dialogo silenzioso nel quale la buona arte parla e insegna e lo spettatore ascolta, prova piacere e impara. Renzo Piano dev’essere uno degli ultimi grandi architetti a credere ancora che i musei siano al servizio dei quadri e delle sculture e non che quadri e sculture siano al servizio del museo e del suo creatore. Fonte: lastampa.it

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Risparmio energetico: pubblicate le UNI/TS 11300 sulle prestazioni energetiche degli edifici
fonte UNI
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Tutta la documentazione di approfondimento, compresi i decreti ministeriali attuativi delle Finanziarie 2007 e 2008 con le istruzioni dettagliate per fruire degli incentivi. Le risposte - elaborate a seguito di un attento esame delle Finanziarie e dei decreti attuativi - rappresentano la valutazione degli esperti ENEA
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